Wilbur Smith.
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LEOPARD ROCK. L'AVVENTURA DELLA MIA VITA.
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Parte 2.
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Titolo originale: On a leodard rock: a life of adventures. 2018.
2018. HarperCollins Italia Editore.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Indice di questa parte.
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CAPITOLO 11. QUESTA VITA DA EROE.
CAPITOLO 12. QUESTA VITA DA CACCIATORE.
CAPITOLO 13. QUESTA VITA AFRICANA.
CAPITOLO 14. QUESTA VITA NEL DESERTO.
CAPITOLO 15. QUESTA VITA AMERICANA.
CAPITOLO 16. QUESTA VITA DA SUB.
CAPITOLO 17. QUESTA VITA DA SCRITTORE.
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FINE Indice.
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CAPITOLO 11. QUESTA VITA DA EROE.
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Ho ucciso i miei primi leoni a tredici anni. L'ho fatto per difendere la fattoria di famiglia che ero incaricato di proteggere, ed ero solo.
Ogni anno i miei genitori si concedevano una vacanza in Sudafrica o ancora pi lontano. Di solito mio padre lasciava le redini del ranch al suo caposquadra, Peter, ma in quel caso la responsabilit venne affidata per la prima volta a me. Ogni giorno, in sella alla mia femmina di pony, giravo intorno ai campi di pap, costeggiavo le rive del Kafue e salivo sulle colline boschive della tenuta. Gi al fiume, dove brucavano i puku e il lichi, il mondo poteva sembrare vasto e inconoscibile mentre, fra i fitti alberi a nord, scorgevo l'occasionale impala che veniva immancabilmente spaventato dal mio arrivo e scompariva nell'ombra. Talvolta dei leoni attraversavano la tenuta in cerca di selvaggina e i miei attenti giri di ronda miravano proprio a individuare eventuali tracce di quei predatori. Li scorgevo solo di rado, ma pi spesso mi imbattevo nello loro orme o nei resti di un animale che avevano ucciso.
Entrai nei campi in cui pascolavano le pregiate mucche Brown Swiss di mio padre, gli animali da cui dipendeva la sopravvivenza finanziaria del ranch; erano bovini resistenti ma docili, allevati inizialmente sulle Alpi svizzere e capaci di sopravvivere in una vasta gamma di ambienti difficili che andava dalle montagne rese inaccessibili dalla neve al torrido entroterra africano. Quando mi infilai fra di esse sapevo gi che qualcosa non andava: si erano sparpagliate quasi tutte, scomparendo in altri pascoli.
Di fronte a me c'era una mucca con la cavit toracica in bella vista e lucida di sangue, il collo dilaniato dai denti di un mostro. Mi guardai intorno e sull'erba vidi altre due o tre carcasse, tutte mutilate allo stesso modo.
Sussurrando qualcosa alla pony per tranquillizzarla, visto che l'odore del sangue la stava innervosendo, smontai e mi avvicinai alla prima mucca morta. La toccai con lo stivale. Era appena stata uccisa, il sangue non si era ancora coagulato.
Sentii un basso ringhio.
Girai lentamente la testa. Nell'erba alta alla mia destra due grandi occhi dorati mi fissavano al di sopra di un bovino sbranato.
Mi ero gi trovato vicino a dei leoni e fui assalito da fugaci visioni di quella notte di cinque anni prima. Quella volta, tuttavia, non c'erano lembi di tenda dietro cui nascondersi e mio padre non sarebbe sbucato baldanzoso dal buio per sconfiggerli. Allungai d'istinto una mano verso il fucile appeso alla spalla. Era quello di pap, lo stesso che quella notte aveva abbattuto i felini mangia-uomini.
Lo stavo sollevando con cautela, accingendomi a prendere la mira, quando il leone caric. Era un autentico demonio, la criniera incrostata del sangue delle prede appena uccise. Con la coda dell'occhio ne vidi altri due nel campo, due leonesse, la loro attenzione attirata dal ringhiare del maschio alfa.
Non provai alcuna paura. In fondo era stato pap a insegnarmi a sparare.
Feci fuoco.
Non appena il leone mor, una delle leonesse spicc un balzo verso di me. Ruotai su me stesso, sparai di nuovo e lei cadde ai miei piedi. Non aspettai che l'altra caricasse. Mi stava osservando mentre pestava una zampa a terra e strisciava in avanti, pronta a colpire, cos sparai anche a lei. Soltanto in seguito, mentre osservavo i loro corpi, buttai fuori il fiato e la scarica di adrenalina cominci a farmi tremare, ma non avevo rimpianti: o me o loro.
Due settimane pi tardi i miei genitori tornarono dalle vacanze e io ero seduto sulla veranda quando pap si avvicin. Dopo che gli dissi cosa avevo fatto mi guard incredulo, poi insistette perch gli raccontassi l'intera storia. Alla fine annu, come se stesse tentando di convincersi che era tutto a posto. Ero stato stupido ad affrontare i leoni, disse. Cosa mi era passato per la testa? E se fosse andato storto qualcosa? Per un po' rimase a fissarmi come se fossi un marziano, qualcuno che non riconosceva.
Dopo qualche ora venne da me stringendo un pacco. " un regalo" spieg. "A volte sai essere davvero sciocco, e se non stai pi attento finirai per farti uccidere, ma ti sei guadagnato un certo rispetto." Scartai il pacco scoprendo un fucile nuovo di zecca, le parti metalliche scintillanti e quelle lignee lucide di vernice fresca. Era il mio primo fucile che non fosse un cimelio di famiglia, che appartenesse unicamente a me. Avrei potuto piangere di gioia, non solo perch adesso avevo un fucile tutto mio, ma perch l'approvazione di mio padre era un dono raro e prezioso.
Fu uno dei momenti salienti della mia vita, e uno di quelli che non dimenticher mai.
Era il 1996 e stavo scrivendo quello che sarebbe diventato Uccelli da preda, il mio ritorno al mondo dei Courtney, ambientato in un'epoca antecedente a quella di qualsiasi altro romanzo su quella famiglia: la met del XVII secolo, quando inglesi e olandesi si contendevano le ricche province dell'Africa Meridionale.
Le parole che stavo fissando erano quelle che Francis Courtney diceva al figlio Hal: Se sono crudele con te  perch so che c' un destino preciso che ti aspetta. Erano parole profondamente personali perch ispirate a quello che avrebbe potuto dirmi mio padre che, naturalmente, era stato pi prosaico. "Se non ti dai un contegno ti prenderanno a calci nel culo" aveva affermato. Era scomparso ormai da undici anni, e Uccelli da preda sarebbe diventato il mio epitaffio per lui.
Stavo raccontando la storia della straordinaria famiglia Courtney sin da Il destino del leone, prima con una trilogia imperniata sulla vita di Sean Courtney a cavallo fra il XIX e il XX secolo, poi con una serie di cinque libri iniziata nel 1985 con La spiaggia infuocata e proseguita con La volpe dorata nel 1990. La seconda serie era ambientata nel moderno mondo africano, ma nel 1996 ero gi ansioso di tornare al passato. Molti miei romanzi avevano seguito la storia dell'Africa Meridionale fino ai giorni nostri, quindi sembrava naturale risalire fino all'epoca dei primi coloni. Sin dalle mie esperienze nella Walvis Bay e la mia incursione in Antartide ero affascinato dal mare e dalla navigazione, e i viaggi marittimi nel XVII secolo rappresentavano una fonte particolarmente ricca di drammi e storie. Era anche un'ambientazione perfetta per analizzare il rapporto fra padri e figli. Scrivendo il romanzo rammentai le occasioni in cui pap mi aveva spronato e punito, instillando in me la sua stessa inflessibile etica del lavoro oltre a principi quali dovere, onest, lealt e la necessit di non essere mai pigro o autoindulgente. Con il senno di poi capii che, per quanto io fossi stato talvolta ben poco reattivo davanti ai suoi atteggiamenti, mio padre mi aveva fornito l'equipaggiamento necessario per affrontare la vita e, ora che se n'era andato, me ne rendevo conto pi acutamente che mai. Bench fosse trascorso pi di un decennio dalla sua morte rimpiangevo ancora che il legame fra noi due non fosse stato stretto come sarebbe sicuramente diventato se lui fosse stato ancora vivo. Il mondo senza legge del XVII secolo - in cui vigeva il patriarcato, gli uomini potevano essere uomini e le famiglie prosperavano o cadevano in disgrazia a seconda della forza del rapporto fra padri e figli - era il luogo ideale per ricordarlo sulla pagina.
Uccelli da preda era un omaggio a mio padre e non aveva alcuna importanza il fatto che lui, se fosse stato ancora vivo, non si sarebbe probabilmente preso il disturbo di leggerlo.
Nel 1972 avevo gi incassato un milione di sterline con i miei libri, una somma enorme per chiunque, soprattutto per uno scrittore, e superiore a quella che avrei mai potuto immaginare di guadagnare come ispettore del fisco o persino lavorando per mio padre. Non ero favolosamente ricco - presumo che a quel punto mi si sarebbe potuto equiparare a un medico di successo o a un avvocato di grido - ma la questione non erano i soldi in s: si trattava piuttosto della libert che ero riuscito a comprare, la libert di viaggiare, fare ricerche e scrivere. Durante i miei viaggi mi ero avventurato dall'Europa all'Alaska, dall'Africa alla Russia, avevo esplorato Cina e Stati Uniti, cacciato, fatto immersioni, volato nei cieli e solcato i mari. E, cosa pi importante, l'avevo fatto prima di compiere quarant'anni, una mitica pietra miliare che avevo sempre considerato un importante indicatore delle proprie possibilit di concludere qualcosa nella vita o vedersi invece relegato nella mediocrit e nelle aspettative non realizzate. Per quello dovevo ringraziare mio padre, perch era solito dire: "Se non riesci a sfondare prima di quell'et non sfonderai mai". Lui aveva fatto entrambe le cose, aveva avuto successo prima dei quarant'anni e poi aveva perso tutto.
Aveva accumulato la sua fortuna nel Copperbelt, la striscia d'Africa riarsa dal sole in cui sono cresciuto, e tutto era cominciato con un incontro di boxe. Pap era un pugile piuttosto celebre nelle officine della miniera in cui lavorava, rispettato per la dimensione degli avambracci e il potente gancio destro sviluppato durante gli anni trascorsi sul ring. Quando un anziano pugile professionista arriv nel Copperbelt per affrontare chiunque volesse sfidarlo in incontri il cui vincitore prendeva tutto, gli amici di pap lo convinsero a partecipare. L'uomo era prestante e rugoso, duro come l'acciaio, e si faceva chiamare Battleship Walsh.
La quota di partecipazione per quel genere di incontri era solitamente di una sterlina e se riuscivi a reggere per due round contro Battleship o qualsiasi altro omaccione arrivato l ne guadagnavi 5. Se lo mettevi a tappeto il premio raddoppiava arrivando a 10 sterline, che all'epoca erano un sacco di soldi.
Quando giunse la sera dell'incontro, sotto il cielo africano si erano radunati gli esponenti pi illustri della comunit mineraria, mescolandosi sotto i tendoni montati intorno al ring. Il direttore della miniera, il signor Walpole, era in smoking e papillon, circondato dagli amici che fumavano sigari e bevevano whisky. Sul lato opposto del ring i sostenitori di mio padre che lavoravano nell'officina, gi ubriachi, stavano lanciando grida di incoraggiamento. Pap entr nel ring e ne costeggi il perimetro, serrando le mani sopra la testa come un pugile professionista e cercando di ingraziarsi la folla mentre gli spettatori urlavano: "Fagliela vedere, Smithy, fagliela vedere!".
Quando la campanella suon era impegnato a salutare i suoi tifosi, tanto che si accorse a stento di cosa accadde. Il vecchio Battleship Walsh gli si avvent contro e gli sferr un destro sul naso, bum. Il viso di mio padre esplose sprizzando sangue, il suo naso romano irrimediabilmente rovinato, e lui venne scaraventato all'indietro, al di sopra delle corde. In pratica si trattava di un KO con un colpo solo. Pap apr gli occhi per scoprire che si trovava in prima fila, steso scompostamente sopra i dirigenti della miniera, il suo sangue che schizzava sopra i loro smoking.
Loro lo afferrarono e lo rispinsero sul ring, attraverso le corde. Battleship pensava che fosse tutto finito, aveva abbassato la guardia e non vedeva l'ora di mettere le mani sul premio. Mio padre, rapido come un fulmine, attravers il ring e lo mise al tappeto con un unico pugno violento.
Durante l'incontro erano stati sferrati due soli colpi. Con il sangue che continuava a uscirgli a fiotti dal naso rotto pap fece nuovamente il giro del ring con le mani sollevate sopra la testa, stavolta per ringraziare i sostenitori. Le acclamazioni erano talmente rumorose da far pensare che le porte di un manicomio fossero state spalancate di colpo. L'unico a non unirsi al coro fu Battleship Walsh: era ancora steso a terra, privo di sensi.
Fu un sabato sera davvero memorabile - il premio di 10 sterline era nella tasca di mio padre, che stava offrendo da bere a tutti - perch non succedeva tutti i giorni che un pugile professionista venisse messo al tappeto da uno sfidante. Tutti stavano dando pacche sulla schiena a pap, alcuni issandoselo addirittura sulle spalle come un eroe conquistatore dei tempi antichi.
Il luned mattina un messaggero partito dal quartier generale della miniera raggiunse gli alloggi in cui dormivano gli uomini non sposati per dirgli che il direttore voleva vederlo. Mio padre si vest, inforc la bicicletta e pedal fino agli uffici.
Il vecchio Walpole gli disse: "Smithy, sabato sera ti sei battuto in maniera egregia. Sai, mi sono divertito molto. Penso di avere una proposta da farti".
L'ingegnere capo era presente e Walpole gli lasci spiegare che la miniera aveva bisogno di qualcuno che costruisse tubi di aerazione in acciaio galvanizzato del diametro di 0,8 millimetri per portare aria fresca lungo i passaggi sotterranei, negli abbattaggi (le parti laterali della sezione di scavo delle gallerie create nel corso del processo estrattivo) e fino al fronte dove i minatori stavano scavando. Senza di essi la miniera non poteva espandersi.
Mio padre non poteva rifiutare un'offerta del genere. Cominci a lavorare in quella che in effetti era una grossa capanna dal tetto di paglia, dove insegn a una squadra di operai di colore portati l dal bush a tagliare, rivettare e saldare, e ben presto mise in piedi una piccola fabbrica fiorente che sfornava migliaia di metri di tubature per ventilare i sempre pi vasti labirinti sotterranei.
Era un lavoro lungo e faticoso, ma di l a poco lui cominci a guadagnare profumatamente. Con una mossa che un giorno avrebbe ispirato la vicenda di Rodney Ironsides e la sua truffa azionaria escogit il modo di fare fortuna sfruttando quell'opportunit. Ogni qual volta la miniera si ampliava, squadre di uomini chiamati esploditori arrivavano, scavavano buche per tutto il giorno, le riempivano di dinamite e poi le facevano saltare. Gli operai del turno successivo si recavano sul posto circa quattro ore pi tardi, una volta posatasi la polvere, e ripulivano tutto. Era previsto che gli esploditori togliessero tutte le tubature di aerazione prima di piazzare le cariche, ma spesso trascuravano quella parte del loro incarico, quindi migliaia di metri di tubature venivano distrutti con ogni esplosione e dovevano essere sostituiti.
Pap guadagn talmente tanto da potersi mettere in proprio e comprare il ranch che sarebbe diventato la nostra casa.
Aveva opinioni ben precise, era sicuro di s e non aveva paura di lavorare sodo. Era un artigiano, l'uomo pi tenace che io abbia mai conosciuto, e piegava il mondo fino a dargli la forma desiderata. Mi allev nello stesso modo, non arretrando mai nemmeno di un centimetro davanti a un altro uomo. Affrontava gli avversari come affrontava i Battleship Walsh di questo mondo, non con i pugni bens precedendoli sempre di un passo, cogliendoli alla sprovvista e dimostrandosi pi furbo di loro. Per me era il sole, la luna e le stelle. In giovent ho fatto un sacco di cose stupide, ma mio padre era sempre l, con una parola severa e la cinghia stretta in mano per assicurarsi che rimanessi sulla retta via. Non gli ho mai serbato rancore per questo: era un inflessibile vittoriano con un severo codice di disciplina ma anche un forte senso dell'equit e della giustizia. Nella nostra tenuta esisteva una miriade di modi in cui un ragazzo poteva finire per uccidersi e le regole di pap rappresentavano la maniera migliore di garantire che io non cadessi vittima di nessuno di essi.
Un giorno, nella prima adolescenza, vidi un agricoltore della zona distruggere alcuni termitai con la dinamite. Suo figlio era il mio amico Barry, che escogit un piano per sgraffignare un candelotto con il quale ci saremmo arricchiti facendo saltare in aria i pesci nel Kafue per poi venderli.
Con l'esplosivo infilato sotto la mia camicia, noleggiammo una canoa e i servigi di due rematori. Quando arrivammo al centro della corrente estrassi la mia carica da profondit. Accesi la miccia e gettai il candelotto nel fiume, ma il rematore a poppa si spavent tanto da lasciar cadere il remo in acqua. L'uomo a prua cerc disperatamente di pagaiare per portarci lontano da l, ma riusc solo a farci girare in tondo, pi volte, descrivendo uno stretto cerchio intorno al candelotto fumante.
La dinamite esplose e scaravent la canoa e tutti noi a sei metri di altezza. Una volta in aria, in mezzo a una pioggia di acqua fluviale e detriti, cominciai a sospettare di aver commesso un errore, poi piombammo nel fiume insieme a circa due tonnellate di pesci morti o moribondi che cadevano intorno a noi.
Riuscimmo chiss come a raggiungere la riva senza ulteriori danni. I due rematori stavano gi scappando affannosamente per allontanarsi il pi possibile dalla coppia di folli ragazzi bianchi. Barry e io eravamo talmente intontiti che dimenticammo di recuperare anche un solo pesce.
I miei giorni felici nel ranch ebbero termine quando, mentre ero in collegio, mio padre lo vendette, guadagnando cos un secondo patrimonio dopo quello accumulato lavorando per le miniere. La nostra vita in una tenuta agricola era finita e, secondo lui, anche la sua vita lavorativa. Soddisfatto del gruzzoletto per la pensione che aveva messo da parte port mia madre gi a Kloof, fuori Durban, in Sudafrica, ma fece alcune scelte poco azzeccate sul mercato azionario e torn quindi nel settore delle lamiere che conosceva bene. Fond un'azienda con il sottoscritto come socio, la HJ Smith and Son, che per fall dieci anni dopo. La Rhodesia era implosa in una protratta guerra di indipendenza e i miei genitori approfittarono dell'occasione per tornare in Sudafrica a trascorrere i loro ultimi anni. A quel punto disponevo di altri mezzi con cui aiutarli, i miei primi romanzi avevano ottenuto un grande successo e finalmente potevo dare a mamma e pap quello che un tempo loro avevano lavorato duramente per offrire a me: una casa.
Ripercorrendo il passato capivo che il mio rapporto con pap aveva influito sul modo in cui pensavo ai personaggi nei miei romanzi. Famiglie in lotta, lealt e rivalit, gelosie e amore: sono queste le cose che hanno conferito drammaticit a tutti i miei romanzi. E, come qualsiasi altra, sono tratte dall'esperienza personale. I conflitti primordiali della vita - fratello contro fratello, padre contro figli - definiscono gli esseri umani sin dall'inizio dei tempi, e classici come la Bibbia e i miti greci e autori come William Shakespeare hanno forgiato la maniera in cui ho costruito le mie storie.
Mio padre mor il 12 aprile 1985. Rimasi ritto accanto alla sua tomba piangendo a pi non posso. Un grande uomo se n'era andato e l'enorme vuoto che lasciava nella mia vita non si sarebbe mai colmato. Lo amavo e lo ammiravo, e adesso il mondo era pi piccolo. Pap aveva smesso di fumare vent'anni prima, ma ormai il danno era fatto. Nei suoi ultimi giorni era diventato pi fragile, pi sottile, anche se ai miei occhi il suo animo non rimpicciol mai e lui rimase il gigante che, in una notte terrificante di circa cinquant'anni prima, aveva ucciso tre leoni mangia-uomini e, cos facendo, aveva salvato la vita del suo giovane figlio.
Pur essendo diversi sotto molti aspetti, negli ultimi anni eravamo arrivati a riconoscerci doti comuni: il desiderio, per esempio, di non lavorare per altri che aveva spinto mio padre ad avviare l'attivit nel Copperbelt e mettersi in proprio era lo stesso che aveva indotto me a scrivere. Entrambi volevamo tracciare da soli il nostro cammino. Pap non era molto interessato ai romanzi, nemmeno ai miei, anche se secondo mia madre teneva sempre una copia de Il destino del leone nel bagagliaio dell'auto per mostrarla agli amici. Ero felice che fosse stato testimone del mio successo anche se lo avevo ottenuto in una professione che lui disprezzava, e credo che vi fosse una punta d'orgoglio nascosta da qualche parte. Era sempre stato parco di lodi, forse temendo che potessero incoraggiare la pigrizia, ma c' un momento che non dimenticher mai. Il giorno del mio cinquantesimo compleanno mi aveva dato dell'idiota per la milionesima volta. "Pap" dissi, "non puoi pi chiamarmi cos. Ho dimostrato che ti sbagli. Un idiota non scrive bestseller." Lui sorrise, mi fiss attentamente e replic: "Presumo che tu l'abbia fatto!". Poi mi strinse forte. Pap non era facile agli abbracci, e quello per me signific molto.
E adesso se n'era andato. Per qualche tempo ero passato a prenderlo ogni sabato pomeriggio per portarlo a fare un giro con la mia Rolls-Royce oppure a pescare. Quando lui mor il mio mondo cambi per sempre, lasciandomi in preda al rimpianto che non fossimo mai riusciti a diventare davvero amici. Il tempo, come sempre succede, ci era scivolato fra le dita.
Mi chiedo spesso cos'avrebbe pensato pap del XXI secolo. Si sarebbe sentito fuori posto. Quando nacque il mio primo figlio mi prese da parte dicendo di avere alcune informazioni importanti da comunicarmi, il genere di consigli che la capoinfermiera non ti dava.
"Ragazzo mio" mi disse, "molto presto porteranno quel bimbo a casa dall'ospedale. Quando succede aspetta che lui sporchi il pannolino, poi di' con sicurezza a tua moglie: "Stai indietro!  anche figlio mio!". Poi apri il pannolino e pungi il sedere del piccolo con la spilla da balia. Lui striller e
tua moglie non ti permetter pi di cambiarglielo." Era serissimo.
Alla fine non seguii il consiglio, ma capivo la sua idea del ruolo di un uomo nella societ. Mio padre non mi ha mai fatto il bagnetto, dato il biberon n cambiato il pannolino.
Credo che una delle peggiori invenzioni del nostro secolo sia la political correctness. Ha costretto un'intera generazione di uomini a tenere celata la propria mascolinit, li ha resi troppo timidi per confessare quello che pensano davvero del mondo. Oggigiorno nemmeno il concetto di eroe  politicamente corretto. Ai tempi di mio padre gli eroi ci venivano forniti su un piatto d'argento direttamente dal campo di battaglia, dove capeggiavano eserciti vittoriosi, come l'ammiraglio Nelson, Wellington e Churchill. Oppure compivano prodezze sbalorditive, scoprendo angoli nascosti del globo come Livingstone, Stanley e Baker. Crescendo nell'Africa Meridionale nutrivo una sorta di timore reverenziale verso l'esploratore e ambientalista vittoriano Frederick Selous, e non solo perch pap lo aveva conosciuto da bambino e ne parlava come se fosse un amico di famiglia. Ma oggi dove sono i titani nella vita pubblica? Dov' Winston Churchill? Dov' Franklin Roosevelt? Dov' Nelson Mandela?
Se si guarda con sufficiente attenzione si trovano persone da ammirare, ma sono eroi privati, dei cuor di leone quieti: il giovane soldato inglese che affronta il pericolo in Afghanistan, il paracadutista sudafricano impegnato in una disperata azione di retroguardia nella Repubblica Centrafricana quando lui e i commilitoni non dovrebbero nemmeno trovarsi l, il poliziotto che risponde a una chiamata d'emergenza senza sapere dove lo porter o cosa trover ad aspettarlo, la levatrice che guida di notte durante una bufera di neve per far nascere un bambino. In Sudafrica abbiamo il non celebrato difensore civico, l'avvocato Thuli Madonsela che, mentre cresceva due figli da sola, ha accusato il partito al potere e il presidente Zuma di spese folli per la sua villa in campagna.
Eppure oggi, in generale, nella sfera pubblica non ci sono giganti, non ci sono modelli a cui ispirarsi. Trasformiamo in eroi persone normali salite alla ribalta solo perch il loro lavoro le ha fatte approdare sul piccolo o sul grande schermo, o che sono diventate famose per la fama acquisita grazie a orrendi reality televisivi. Gli eroi odierni sono celebrit. S, sono diversi da noi - guadagnano di pi, frequentano pi night-club, magari giocano meglio a calcio - ma Wayne Rooney non  certo Lawrence d'Arabia, no?
Per quanto oggi possa esserci penuria di veri uomini sulle copertine delle riviste, queste regole non si applicano ai miei libri. Ottocento anni prima della nascita di Cristo visse un poeta cieco di nome Omero che scrisse due poemi epici, l'Iliade e l'Odissea.  tuttora celebrato come il fondatore della letteratura, ma fu anche il primo scrittore di cui conosciamo il nome ad aver compreso il bisogno umano di eroi ed eroine. I nomi di Achille, Ulisse ed Ettore echeggiano lungo i secoli.
Al pari dei protagonisti dei miei romanzi, mio padre ha vissuto come voleva in un'epoca in cui si poteva accumulare una fortuna grazie a un unico pugno sferrato sul ring, in cui un uomo poteva mantenere la famiglia usando solo la sua scaltrezza e il fucile appeso alla spalla. Il mio scopo  sempre stato quello di vivere con lo stesso entusiasmo che attribuisco ai personaggi dei miei libri, sorretto dalle parole di Kipling: Se riesci ad affrontare il successo e l'insuccesso trattando quei due impostori allo stesso modo...
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CAPITOLO 12. QUESTA VITA DA CACCIATORE.
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Sulla caccia sono state scritte molte assurdit mistiche, mentre invece, con ogni probabilit, la caccia  nata prima delle religioni. Alcuni sono cacciatori e altri no, ha scritto il mio autore preferito nonch collega cacciatore, Ernest Hemingway, in Vero all'alba. La caccia  una basilare attivit umana da pi di due milioni di anni. Se ci riteniamo parte dell'ecosistema della natura invece che creati esclusivamente a immagine e somiglianza di Dio, la caccia  stata un metodo di sopravvivenza indispensabile. Come specie siamo diventati pi organizzati e meno nomadi, e allevamento e agricoltura hanno diminuito il bisogno di inseguire, cacciare e uccidere. Oggigiorno ogni cosa  mercificata, impacchettata e per lo pi disponibile sugli scaffali del nostro supermercato di zona. Si  perso qualcosa rispetto alle pratiche venatorie ritualizzate dei nostri antenati, per i quali cogliere l'abbondanza selvatica della natura rientrava nel ciclo della vita. Questo legava le famiglie e le comunit in uno sforzo comune e ci permetteva di sentirci parte di qualcosa di pi grande di noi stessi, qualcosa che richiedeva rispetto, considerazione e reverenza per mantenere l'equilibrio fra la vita e la morte.
Per gli antichi Greci la caccia era un atto eroico che rappresentava un rito di passaggio, e la sua importanza era simboleggiata dalla dea della caccia, Artemide, o Diana nella mitologia romana. Sugli antichi bassorilievi in Mesopotamia i re sono celebrati come cacciatori di grandi prede, e in Assiria e in Persia le raffigurazioni delle battute di caccia dei governanti ornavano le pareti di templi e palazzi reali. All'epoca degli antichi Romani la caccia era considerata un passatempo e divenne uno spettacolo quando i grandi animali importati dall'Africa furono liberati nel Colosseo e in altre arene sparse in tutto l'impero per venire inseguiti e uccisi da nobili guerrieri. Nel corso dei millenni si crearono codici venatori per formalizzare i rituali e dare loro un significato, oltre che supportare la pratica. Quando si svilupp la caccia con le armi da fuoco - in Europa gi nel XVI secolo - il potenziale massacro su larga scala divenne un rischio e la tutela come mezzo per proteggere la fauna selvatica per le future generazioni un concetto importante.
La caccia e la pesca erano attivit di famiglia per Ernest Hemingway, e lo stesso valeva per noi. Da bambino restavo seduto, ammaliato, mentre nonno Courtney mi raccontava storie agghiaccianti sui suoi exploit quando cacciava i Big Five: il leone africano, l'elefante africano, il bufalo del Capo, il leopardo africano e il rinoceronte nero. L'abilit e i codici venatori a cui si ispirava vennero tramandati a suo figlio, mio padre Herbert, e da lui a me. Quelle furono le mie prime lezioni di caccia, e le rammento ancora oggi. Il cacciatore non era un uomo ossessionato dall'idea di uccidere o un predatore sregolato che prendeva vite per diletto, era un elemento fondamentale dell'ecosistema africano al pari di qualsiasi altro predatore appostato nella nostra terra. E quando, seduto accanto al ginocchio di mio nonno, sognavo di cacciare il mio primo impala, il primo cud, i primi leoni e altro, volevo mettermi alla prova come i cacciatori dei tempi antichi.
Quei cacciatori di elefanti, mi raccontava il nonno, miravano all'avorio da cui dipendeva il loro sostentamento, ma non uccidevano mai le femmine, soltanto i vecchi maschi che sarebbero andati incontro a una lenta morte per inedia mentre i loro denti marcivano e il loro corpo ormai gracile lottava contro il fardello delle gigantesche zanne. Inoltre i cacciatori ricompensavano gli abitanti della zona, che arrivavano a contare su di loro per sopravvivere. Mentre i cacciatori seguivano le tracce dell'elefante, si spargeva la voce del loro passaggio e la popolazione locale li seguiva. Dopo un'uccisione, mentre gli avvoltoi volavano in cerchio nel cielo, ogni uomo, donna e bambino sbucava dal bush con un contenitore posato sulla testa, poi si organizzava una celebrazione con danze e canti, un trionfo per il cacciatore e carne per gli abitanti del villaggio. Potevano riunirsi cinquanta, sessanta o persino cento persone e, una volta preso l'avorio, cominciava la festa. Si tagliavano via grossi pezzi di carne, e magari qualcuno scompariva nel ventre dell'animale emergendone poi per lanciare le parti pi prelibate - cuore, reni, fegato - ai figli che accendevano un fuoco da campo. Per gli abitanti del villaggio era un'autentica festa, un raro banchetto di abbondanza e, al termine della giornata, dell'elefante restava solo un ammasso di ossa e la gabbia toracica, lasciati sul veld affinch gli avvoltoi potessero becchettarli.
I safari annuali guidati da mio padre non includevano solo il piacere di rimanere fuori nel bush per varie settimane di seguito. Le sue licenze gli permettevano di cacciare un numero illimitato di bufali, dieci zibellini e tre elefanti all'anno, tutta carne essenziale per la sussistenza dei villaggi sparsi intorno alle nostre terre. Imparai dal nonno che cacciare  una nobile tradizione, un prendere e dare, e che il vero cacciatore  un vero ecologista. Avrei portato con me quelle lezioni per tutta la vita.
L'ultima preda, pubblicato nel 1989, non fu il primo romanzo in cui affrontavo la realt della caccia - che gi ne Il destino del cacciatore costituiva una parte predominante della vita dei miei personaggi - ma fu il primo in cui mi occupavo della complessa interazione fra caccia e tutela dell'ambiente, come avrei fatto anche ne Il canto dell'elefante, che usc due anni dopo. Mio padre si era lamentato spesso del mondo moderno: non c'erano pi dei veri uomini, diceva, l'Africa moderna apparteneva a una generazione che non aveva mai dovuto cacciare per sopravvivere e che considerava il cacciatore una figura abominevole, un distruttore della natura. Quella percezione della caccia da parte dell'opinione pubblica era talmente lontana dalla realt che mi sentivo tenuto a contestarla ovunque potevo, e non esisteva vetrina migliore che la mia fiction, ormai in grado di raggiungere milioni di lettori in tutto il mondo.
L'ultima preda, basato su un soggetto cinematografico da me scritto nel 1972, The Last Lion,  la storia di Sean Courtney Jr., reduce della Rhodesian Bush War, la guerra civile alle cui brutali origini avevo assistito in veste di poliziotto riservista. Per aiutare l'amico in fin di vita, il colonnello Riccardo Monterro, Sean accetta di dare la caccia a Tukutela, leggendario elefante dalle zanne pi pesanti di qualsiasi altro, e forma una squadra di abili cacciatori e tracciatori con ex commilitoni delle forze speciali rhodesiane prima di seguire il pachiderma oltre le montagne Inyanga e nel caos della guerra civile che sta scoppiando in Mozambico. Era un romanzo contemporaneo, che apparteneva solo nominalmente del ciclo dei Courtney e mi consentiva di esprimere appieno il mio concetto di attivit venatoria. Non parlava di uccisioni indiscriminate, tentava di rispecchiare gli incredibili alti e bassi della caccia, l'eccitazione, il pericolo in agguato dietro ogni angolo e l'ineffabile tristezza di sparare infine alla propria preda: la conclusione della battuta di caccia, della vita dell'animale, che lascia sempre una profonda malinconia nel cuore del cacciatore ma gli consente di apprezzare maggiormente la vita. Ambientando il libro sullo sfondo della barbarie della guerra fratricida in Mozambico volevo mostrare la caccia per ci che , ossia un'attivit onorevole in confronto al conflitto e alla guerra, le manifestazioni pi cruente e devastanti del comportamento umano.
Il canto dell'elefante, romanzo del 1991, faceva un ulteriore passo avanti esplorando il lato oscuro dell'industria venatoria. Laddove L'ultima preda aveva rappresentato sotto diversi aspetti il mio omaggio a Verdi colline d'Africa, il memoir da cacciatore di Hemingway, Il canto dell'elefante era l'opposto di quel romanzo, un'esplorazione del ventre molle della caccia legittima: il bracconaggio e la perfidia, lo spreco, la crudelt e l'inutilit di tutto il processo. Non volevo che trattasse del bracconaggio da sussistenza a cui molti africani devono dedicarsi per sopravvivere, ma del legame fra ricca domanda straniera e offerta locale. Mostrando una vasta gamma di ambienti che andavano dal bush africano al mondo londinese dell'alta finanza, dissezionava l'insaziabile appetito mondiale per l'avorio e cosa esso significasse per la popolazione dell'entroterra africano.
Ho cominciato a cacciare come spesso fanno i bambini, ossia con un fucile a pallini e lattine allineate sopra un muro. Ben presto passai a uccelli e piccoli roditori e, una volta che mio padre mi regal il mitico Remington di nonno Courtney, fui in grado di puntare a prede pi grandi. Durante i safari annuali che facevamo nel bush pap mi permetteva di seguire i cacciatori se promettevo di stare zitto, badando a non inciampare e a non aprire la bocca per emettere qualcosa di pi rumoroso di un sussurro. Naturalmente quando hai otto, nove o anche dieci anni sei una specie di cavalletta e non hai alcuna difficolt a tenere il passo agevolmente e in silenzio.
Trovavo immensamente eccitante unirmi agli uomini forniti di fucili pesanti, vaste competenze e atteggiamento serio. Potevo accettare le battute che facevano ai miei danni se questo significava che ero uno di loro. Osservavo e imparavo la loro capacit di sopravvivere nel bush, il modo in cui individuavano le tracce, conoscevano il comportamento di tutti gli animali, sapevano muoversi nelle vaste lande selvagge, mantenevano un passo sicuro anche sulle pi precarie salite o discese in scarpate e valli, e capivano dove potevano riposare, mangiare e bere e fumare la pipa senza rischi. Cacciavano energicamente, camminando per chilometri mentre cercavano di sfinire gli elefanti. Sapevano che il metodo pi efficace e umano per ucciderne uno  sparargli un colpo al cervello che provoca una morte istantanea senza nessun movimento convulso o allarme che possano turbare altri animali nella zona. Un elefante che crolla in ginocchio o cade su un fianco non spaventa i compagni, che palesano solo una semplice curiosit, ma un colpo al cuore pu spingerlo invece a correre fragorosamente nel bush per cinquanta o persino cento metri, travolgendo qualsiasi cosa si trovi di fronte, e nella fitta vegetazione pu essere estremamente arduo trovare il pachiderma caduto. Mio padre e i suoi cacciatori e tracciatori lo avevano imparato a loro spese. Erano i miei eroi invincibili.
Il nonno mi raccont di uno dei suoi eroi, Karamojo Bell, un'autentica leggenda fra i cacciatori di elefanti per la quantit di avorio raccolta durante l'et d'oro della caccia in Africa Orientale alla fine dell'Ottocento. Durante la sua carriera Bell uccise 1011 elefanti, tutti maschi tranne ventotto femmine. Tenne accurate registrazioni di tutte le sue battute di caccia, di quanti colpi sparava e quanti soldi guadagnava con ogni viaggio. In un solo giorno individu e cacci nove elefanti e guadagn 877 sterline grazie all'avorio. Dopo un'unica spedizione torn a casa con una quantit di avorio che valeva pi di 23.000 sterline, una somma stratosferica tradotta nel suo corrispettivo attuale ma modesta se paragonata agli introiti dei bracconieri odierni. Bell era un cacciatore impavido, capace di mirare la preda gi a ottanta metri di distanza ma preferendo sparare da trentaquaranta. Nel suo libro The Wanderings of an Elephant Hunter scrisse: L'elefante maschio conosce il gioco e giocher a nascondino con te tutto il giorno, giorno dopo giorno. Non che questa silenziosa ritirata sia la sua unica risorsa, tutt'altro: nel giro di un attimo pu trasformarsi in un demonio ruggente e lanciato a testa bassa. Il passaggio da quel sedere silenzioso, spigliato e dai movimenti furtivi a una testa tenuta ben alta, zanne scintillanti e proboscide roteante che ora puntano direttamente contro di te mette a dura prova i nervi. Dopo aver sparato al primo elefante, Bell vi saliva sopra per non farsi calpestare dal resto del branco e poter prendere meglio la mira sugli altri. Era un tiratore eccezionale, capace di uccidere con il fucile dei cormorani in volo, e una volta lo si vide sparare, centrandolo, a un pesce che stava spiccando un salto sopra la superficie di un lago. Il suo successo come cacciatore di elefanti non dipendeva solo da una mira infallibile ma anche dal suo meticoloso trattare con la popolazione locale e dalla sua diplomazia. All'epoca enormi aree dell'Africa erano ancora inesplorate e per alcuni indigeni lui era il primo uomo bianco su cui posassero gli occhi. Bell portava doni per i re e i capi tribali e li pagava per il diritto di cacciare sulla loro terra. Il rispetto che dimostrava era ampiamente compensato quando loro lo guidavano fino ai branchi di elefanti e ai maschi con le zanne pi grosse. Era un rapporto improntato alla fiducia invece che allo sfruttamento.
Quando, la sera, tornavamo all'accampamento, mia madre - che aveva trascorso la giornata realizzando acquerelli del paesaggio e della flora e fauna selvatiche intorno a lei - aveva gi acceso il fuoco e messo a bollire il pentolone. Dopo aver bevuto ci sedevamo sotto le stelle, ascoltando le iene e i leoni che ruggivano in lontananza, mangiando la carne fresca delle prede uccise poche ore prima e preparando il resto per metterlo a essiccare come biltong con cui sfamare l'accampamento e in seguito i braccianti della nostra tenuta.
I migliori cacciatori del mondo sono anche i pi grandi ambientalisti, ecco perch non c' alcuna contraddizione nel mio essere un amministratore fiduciario della World Wildlife Foundation. Il fatto  che fra uomo e animali selvatici  in corso una competizione per la terra e l'acqua, e non va ignorata perch, in Africa, se l'animale paga rimane. Se l'idea vi fa orrore, se pensate che l'uomo non dovrebbe mai toccare un animale, allora state condannando quest'ultimo alla potenziale estinzione. Se un elefante non viene cacciato, se muore per cause naturali, soltanto gli avvoltoi e le iene hanno di che mangiare, mentre se viene ucciso nell'ambito di un programma per la gestione sostenibile della fauna l'intera comunit ne trae beneficio. Quando un cacciatore paga 250.000 dollari per dare la caccia a un vecchio pachiderma, gli abitanti della zona capiscono che c' un autentico valore negli animali che rubano loro la terra, distruggono i raccolti e minacciano la loro sicurezza. Invece di eliminare gli animali, i cacciatori stanno contribuendo a prolungarne l'esistenza: senza i soldi che loro sono disposti a sborsare per addentrarsi nel bush gli animali verrebbero lasciati alla merc di bracconieri e abitanti locali scontenti, e alla devastazione dell'industria e dell'urbanizzazione mentre l'uomo si diffonde ancor pi nel mondo.
In ultima analisi uomo e animale devono trovare il modo di convivere e condividere il pianeta che chiamiamo casa.
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CAPITOLO 13. QUESTA VITA AFRICANA.
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Stavo lasciando l'albergo quando udii un certo trambusto poco pi in l, alla reception. Era una giornata torrida sotto il nudo sole australiano e io mi trovavo a Sydney per un firma copie del mio ultimo romanzo, I fuochi dell'ira. Mentre ero fermo davanti al bancone sentii qualcuno implorare la receptionist: "Ma devo assolutamente vederlo, devo vederlo". Non vi badai granch, ma poi sentii il mio nome. La receptionist stava dicendo a un ragazzo sui diciassette o diciotto anni: "Mi dispiace tanto, ma il signor Wilbur Smith ha gi lasciato l'hotel".
Li raggiunsi e dissi: "Scusatemi, sono Wilbur Smith. Voleva parlare con me?".
All'inizio il ragazzo rimase senza parole, con l'aria di aver visto il fantasma della madre, e poi, d'un fiato, ribatt: "Oh, grazie al cielo l'ho trovata. Grazie al cielo sono riuscito a incontrarla, perch ho fatto cinque ore di treno per vederla e devo raccontarle la mia storia".
Abbassando lo sguardo mi accorsi che aveva una protesi al posto della gamba destra. La sua seriet mi commosse. "Benissimo" replicai. "Ho ancora una decina di minuti. Beviamo una tazza di t e parliamo."
Trovammo un tavolino nel bar dell'albergo e lui mi raccont che, a tredici anni, era andato a scuola in treno con gli amici e, com' tipico dei ragazzi, si erano dedicati a giochi pericolosi. Si erano arrampicati sul tetto del convoglio e mentre quello arrancava attraverso il deserto australiano si erano divertiti a spintonarsi a vicenda e correre avanti e indietro, sfidandosi in bravate sempre pi rischiose come fossero i protagonisti di un film d'azione, e lui era caduto: nel giro di pochi secondi era piombato gi, fra le ruote del treno. La sua gamba era stata tranciata e i resti maciullati erano rimasti a chilometri di distanza, lungo il binario.
Mi fiss con un'espressione addolorata. "Signor Smith, glielo assicuro, la mia vita  finita in quel preciso istante. Non mi interessava pi niente. La disabilit mi faceva sentire finito, inutile; non c'era pi nulla per me, nessun futuro, non valeva pi la pena di vivere." Infil una mano nel borsone che aveva accanto. "Poi ho comprato il suo libro." Pos sul tavolino una copia de La notte del leopardo, che avevo scritto tre anni prima ed era il quarto romanzo del ciclo dei Ballantyne. Il protagonista, Craig Mellow, ha perso una gamba in un giacimento minerario durante la guerra civile in Rhodesia ma questo non gli impedisce di avere successo. Riesce a superare il suo handicap, che lo rende quasi un uomo migliore.
Il ragazzo stava sorridendo. "Mi ha cambiato, questo libro" afferm. "Oggi sono rappresentante della scuola, sono presidente del circolo di dibattito e del club degli scacchi, e prendo il massimo dei voti in tutte le materie. E devo tutto questo a lei."
Rischiai di scoppiare a piangere nel sentire che aveva ritrovato la speranza e ripreso coraggio grazie a una storia che avevo inventato e a un personaggio scaturito dalla mia immaginazione. Quello era il tipo di lettore che mi rendeva felice, che mi spingeva a vedermi come un ragazzo che amava i libri e mi rammentava cosa era importante, ossia il potere trasformante di tutte le storie.
La notte del leopardo ispir un grosso cambiamento anche nella mia vita. La star hollywoodiana Sylvester Stallone, all'epoca noto per Rocky e Rambo, ne acquist i diritti cinematografici e per un fugace istante i riflettori del mondo del cinema tornarono a concentrarsi su di me. Lui mi telefon personalmente e propose una cifra, io replicai che andava bene e l'indomani ricevetti l'assegno per posta! Era ansioso di girare in Sudafrica e deciso a interpretare il protagonista, Craig Mellow; come per succede a molti progetti cinematografici, vi furono un sacco di chiacchiere ma, a dispetto della reputazione di Stallone, pochissima azione e il film non venne mai girato. Nel romanzo Mellow, reduce ferito e autore di bestseller, torna in uno Zimbabwe che ha appena conquistato l'indipendenza per scoprire che il ranch che un tempo apparteneva alla sua famiglia  in stato di abbandono. Determinato a ridare vita all'eredit familiare si impegna nel tentativo di riportare la tenuta all'antico splendore, migliorando al contempo anche il mondo intorno a s. Quattro anni pi tardi, il suo sogno di possedere un pezzettino d'Africa era diventato il mio. Era trascorso molto tempo dall'epoca idilliaca della mia infanzia selvaggia nel ranch di pap, ma l'idea di ritagliarmi un angolino tutto mio del continente si era trasformata in un sogno che non voleva andarsene. La storia di Craig Mellow aveva rappresentato, entro certi limiti, una realizzazione virtuale dei miei desideri, ma decisi di realizzarli anche nella realt.
Rimasi fermo sopra una scarpata a fissare la sempre pi fioca luce serale. Era il 1988 e mi trovavo ben addentro nel bush del Karoo, a circa duecentocinquanta chilometri e due ore e mezzo di auto da Citt del Capo, pi a ovest. La terra visibile da un orizzonte all'altro apparteneva a me. In origine era stata suddivisa fra una serie di tenute agricole che avevo comprato una dopo l'altra per creare un vasto ranch di diversi ettari. Progettavo di reintrodurvi alcune specie di antilope, soprattutto l'eland che non era presente nella zona da quasi trecento anni. Dietro di me si stagliava un complesso di edifici fatiscenti che intendevo demolire per sostituirli con una tradizionale abitazione in stile rhodesiano, proprio come avevano fatto Craig Mellow ne La notte del leopardo e mio padre con il suo ranch quasi cinquant'anni prima.
Dopo avere passato decenni a girare il mondo, scrivendo romanzi e vivendo appieno, mi sarei sistemato per la prima volta. Avrei chiamato le terre intorno a me Leopard Rock.
Avevo cominciato a scrivere la saga dei Ballantyne nei tardi anni Settanta, ansioso di tornare al mondo della storia africana dopo un decennio di thriller contemporanei. A quel punto la saga dei Courtney vantava solo tre romanzi pubblicati nel corso di tredici anni, ma con i Ballantyne avrei lavorato in modo diverso, scrivendo tutti e quattro i romanzi di seguito e raccontando la nascita e i problemi crescenti del paese a me pi caro, la Rhodesia.
Avevo sempre saputo che avrei scritto della Rhodesia. Da pi di quindici anni non vivevo nel paese, che durante la mia assenza era stato teatro di incredibili sconvolgimenti. Iniziando a scrivere il primo romanzo dei Ballantyne, Quando vola il falco - la storia di Zouga Ballantyne e di sua sorella Robyn, giunti a bordo di una nave negriera per esplorare le terre selvagge oltre la missione di Moffat a Kuruman, per evangelizzare, cacciare, colonizzare e infine arricchirsi - non potevo sapere che la serie sarebbe finita con l'agonia della Rhodesia e la nascita del paese che doveva diventare. Mentre inventavo i miei racconti la storia si stava svolgendo tutt'intorno a me, la vita reale apriva la strada che la fiction avrebbe imboccato.
Laddove i Courtney erano nati dai racconti di mio padre e mio nonno, i Ballantyne affondavano le loro radici pi vicino a casa. La serie era uno sforzo dettato dall'amore e avrebbe celebrato le vicende reali e le leggende di una parte del mondo che conoscevo bene. Progettavo di raccontare la storia che mi aveva affascinato da bambino e l'attivit della missione di Moffat a Kuruman, Sudafrica. Robert Moffat era un pioniere e missionario scozzese che raggiunse il Sudafrica nel 1816 e si stabil a Kuruman, nella provincia del Capo Settentrionale, dove fond la missione che prese il suo nome. La figlia spos David Livingstone, mentre il figlio John agevol i primi passi delle avventure coloniali di Cecil Rhodes.
In Quando vola il falco, Zouga e Robyn Ballantyne arrivano in Sudafrica e si spingono a nord fino al confine con gli odierni Botswana e Zimbabwe mentre nel secondo, Stirpe di uomini, Zouga incontra Cecil Rhodes fra le miniere di diamanti di Kimberley e poi aiuta quel filibustiere ad annettere il Matabeleland e il Mashonaland per conto della regina Vittoria e per riempirsi le tasche. Fu un vero piacere scrivere della straordinaria impresa di qualcuno come Rhodes, che non era un militare ma un tenace costruttore di imperi e pioniere.
Erano romanzi basati sulle lunghe ore da me trascorse immerso in quella storia, con momenti ispirati anche dai miei autori preferiti: H. Rider Haggard aveva dato ad Allan Quatermain il soprannome di Osservatore notturno ispirandosi al suo eroe, lo scout e militare americano Frederick Russell Burnham detto Colui che vede nel buio, e io, a mia volta, soprannominai Zouga Bakela, o Colui che colpisce con il pugno. Il terzo romanzo, Gli angeli piangono, inizia con le sommosse dei matabele nel tardo XIX secolo e la vicenda culmina poi con un conflitto che conoscevo fin troppo bene: la Rhodesian Bush War che aveva recentemente dilaniato il paese. Il quarto, La notte del leopardo, fa arrivare la vicenda all'epoca in cui lo scrissi, con l'indipendenza dall'Inghilterra, la creazione del nuovo stato dello Zimbabwe e i suoi primi passi esitanti mentre i colonialisti sconfitti diventano comuni cittadini e gli ex terroristi si ritrovano ad assumere ruoli di comando nei corridoi del potere.
Nel novembre del 1965 mi ero isolato fra i monti Inyanga per dedicarmi al mio lavoro. Il successo de Il destino del leone mi aveva incoraggiato a scrivere L'ombra del sole e poi La voce del tuono. Stavo scrivendo della guerra, in quel caso la guerra anglo-boera, un periodo di violenti conflitti durante il quale Sean Courtney diventa il comandante di una squadra d'lite che effettua incursioni da guerriglia nel veld, ma non era soltanto nella fiction che risuonavano i corni di guerra. Nel mondo reale le montagne in cui mi ero stabilito erano diventate una frontiera interessata da una guerra di terrore tutta nostra. Oltre il confine con il Mozambico alcuni terrs rhodesiani dissidenti avevano allestito una base operativa, valicando i monti nel cuore della notte per seminare il caos nella nostra terra ignara.
Quello stesso mese Ian Smith, il primo ministro della Rhodesia, promulg la sua dichiarazione unilaterale di indipendenza, dichiarando la Rhodesia uno stato sovrano indipendente dalla Corona britannica. L'iniziativa accentu il gi crescente dissidio fra il governo e i gruppi di nazionalisti di colore, inclusa la Zimbabwe African National Union guidata dal futuro tiranno Robert Mugabe, che intraprese azioni cruente uccidendo cittadini indiscriminatamente e fomentando sommosse in piccole citt sparse per tutto il paese. Fu l'inizio della vera e propria Rhodesian Bush War, un conflitto barbarico che sarebbe durato per quindici tormentosi anni e avrebbe dilaniato un paese un tempo splendido. Ogni rhodesiano con l'et giusta per combattere venne chiamato a difendere il paese e cos una mattina, invece di ricevere notizie sulla vendita di diritti di traduzione e cinematografici, ricevetti i documenti che mi chiamavano alle armi.
La dichiarazione unilaterale di indipendenza pareva imminente da parecchio tempo. Avevamo capito tutti che stava per arrivare, l'unica incognita era quando sarebbe scoppiata la tempesta. Adesso era esplosa tutt'intorno a noi. Tornai a Salisbury, dove riuscivo a scrivere durante il giorno ma avevo le notti occupate da lunghi e tesi pattugliamenti nei paesini intorno alla citt nelle mie vesti di riservista della polizia britannica del Sudafrica.
Quando calava il crepuscolo uomini sparsi per tutta Salisbury si preparavano ad abbandonare i rispettivi ruoli diurni, a fingere di non essere contabili, impiegati di banca o commessi e a presentarsi per l'ennesimo pattugliamento. Quella sera uscii di casa e salii sulla Land Rover su cui mi aspettavano gli altri tre membri della mia pattuglia. Non ci conoscevamo prima dell'inizio della guerra e molto probabilmente non ci saremmo pi incontrati, una volta conclusosi il nostro servizio. Era un lavoro duro che per affrontavamo con un certo stoicismo. Non eravamo l in veste di amici. Quasi tutti gli uomini erano come me, scapoli fra i trenta e i trentacinque anni abituati a un lavoro d'ufficio. Avevamo come supervisori alcuni poliziotti a tempo pieno, ma non avevamo ricevuto nessun tipo di addestramento. Non ci eravamo esercitati n vantavamo un equipaggiamento militare, non ultimo perch l'embargo internazionale sulle armi imposto alla Rhodesia causava una deplorevole penuria di attrezzatura. Con un'uniforme regolamentare e un manganello fissato al fianco effettuavamo le ronde quattro o cinque volte alla settimana e, mentre si mormorava di una vera e propria guerra all'orizzonte, speravamo che nessun proiettile ci trovasse.
I pattugliamenti erano stressanti, interminabili ronde nei paesini dove gli sconosciuti ci guardavano con sospetto ma senza mai proferire parola. A volte si vociferava di sommosse, di folle aizzate dagli uomini da noi chiamati terrs, i nazionalisti neri che minacciavano una guerra aperta, ma spesso si trattava solo di raduni mal concepiti, disorganizzati e rapidi a sciogliersi. Venivamo convocati per dare una dimostrazione di forza volta a impedire tumulti in quei villaggi. In un'occasione, durante un pattugliamento a piedi nel crepuscolo, una bottiglia descrisse un arco nell'aria sopra di noi, frantumandosi poi ai nostri piedi. Quando ci girammo a guardare scoprimmo che sulla strada di terra battuta fra le baracche si era formato un capannello di uomini che si aspettavano uno scontro. Erano soltanto le prime avvisaglie di quanto sarebbe successo. Con il passare delle settimane e dei mesi i nazionalisti trovarono altri modi per seminare il terrore: brutalit immotivata, feroci attacchi che causavano scissioni e paura, barbarie a cui il paese non era preparato. Venivamo convocati sempre pi spesso.
Durante un fine settimana ci recammo l dove i terroristi avevano attaccato una fattoria, un bersaglio tipicamente vulnerabile. Gli scontri della Rhodesian Bush War erano quasi tutti rurali e, laddove i cittadini di Salisbury e di altre citt di grandi e piccole dimensioni erano per lo pi al sicuro dagli attacchi, in campagna non c'erano tali garanzie. Gli agricoltori si ritrovavano ad affrontare ogni giorno e ogni notte la minaccia della violenza; nelle loro abitazioni isolate potevano fare ben poco per proteggersi da guerriglieri armati decisi a uccidere e diffondere il terrore. Fin troppo spesso erano stati chiusi in un angolo, stanati con il fumo oppure assassinati nelle loro case. Quella sera i terroristi avevano colpito di nuovo. Avevano ucciso, sbudellato e poi gettato nelle latrine a fossa i bambini, due di colore e uno bianco: non facevano discriminazioni. Avevano ucciso anche la madre, la moglie dell'agricoltore, ma lui era sopravvissuto perch si trovava altrove al momento dell'attacco. Ci sono spettacoli che non riesci pi a cancellare dalla memoria, sono impressi a fuoco nella tua mente e distorcono l'intera visione che hai dell'umanit. Talvolta le immagini ricompaiono nottetempo, schernendo il tuo sofferto senso della giustizia.
Con l'abitazione sigillata e i soldati che sciamavano nei terreni circostanti venimmo mandati a rendere sicure le stradine di terra battuta che portavano dentro e fuori la tenuta. La speranza di scovare i responsabili era molto flebile e si assottigliava di secondo in secondo. Era cos che agivano i terrs: in un dato minuto si trovavano l e in quello seguente erano scomparsi, lasciandosi dietro una scia di rovine. L'agricoltore sarebbe tornato a casa per scoprire di aver perso l'intera famiglia nel pi orrendo dei modi.
L'episodio cristallizz la mia sensazione che la situazione in Rhodesia potesse imboccare un'unica strada. Non condividevo l'atteggiamento di sfida verso l'Inghilterra che Ian Smith stava adottando per accaparrarsi il sostegno dei rhodesiani bianchi. Avendo dichiarato l'indipendenza unilaterale consegn il suo paese ad anni di spargimenti di sangue e orrori implacabili.
Bench il paese significasse molto per me decisi che dovevo andarmene. Inoltre mi ero innamorato di nuovo, stavolta di Jewell Slabbert, conosciuta a una festa a Salisbury. Di l a breve ci sposammo e lei rimase incinta, e ci trasferimmo presso il fiume Onrus, appena fuori Hermanus, in Sudafrica. Comprai ai miei genitori una casa a Somerset West. Pap me ne fu grato ma quando gli dissi dei miei progetti matrimoniali si limit a scuotere il capo. "Se intendi passare la vita sposando ogni donna che si abbassa le mutandine per te sarai un ragazzo molto indaffarato" afferm. Come al solito aveva centrato il bersaglio.
Sarebbero passati quindici anni prima che gli eventi da me assimilati dessero vita alla storia dei Ballantyne. Mentre loro indugiavano nella mia mente aspettando il modo per uscirne, la Rhodesian Bush War scoppi, raggiunse un'amara fase di stallo e poi divamp di nuovo.
Nel 1984, mentre veniva pubblicato La notte del leopardo, gli insorti che avevano fatto guerra alla Rhodesia erano al potere a Harare - nuovo nome di Salisbury - ma le antiche rivalit tribali proseguivano, ora celate sotto un sottile strato di civilt. Robert Mugabe, un tempo combattente per la libert e adesso leader della nazione, aveva gi soffocato brutalmente il popolo dei matabele. E mentre il mio romanzo diventava un bestseller in tutto il mondo, lo Zimbabwe ne viet la vendita.
Tornammo in Sudafrica per sfuggire al sempre pi esteso fronte della guerra, ma anche in quel paese stavano sobbollendo da troppo tempo vari problemi. Avevo vissuto a Port Elizabeth, scrivendo il mio primo romanzo poi scartato, all'epoca del massacro di Sharpeville, dove nel marzo del 1960 la polizia sudafricana spar sulla folla che protestava contro le Pass Laws razziste promulgate per segregare e vincolare la popolazione di colore. I residenti di colore dei distretti urbani erano tenuti a portare con s una specie di passaporto quando lasciavano la citt natale o le aree designate, e rischiavano l'arresto se esso non conteneva la debita autorizzazione. Fra i cinquemila e i settemila dimostranti si presentarono davanti alla stazione di polizia nella cittadina di Sharpeville, nel Transvaal (oggi parte del Guateng), per farsi arrestare visto che non avevano il passaporto. I rapporti della polizia ipotizzarono che alcuni agenti giovani e inesperti si fossero lasciati prendere dal panico e avessero aperto il fuoco, uccidendo sessantanove persone, fra cui donne e bambini, e ferendone centottanta. Era stato utilizzato del gas lacrimogeno, veicoli corazzati per il trasporto truppe Saracen avevano condotto sul posto plotoni di poliziotti armati di mitragliatrici Sten mentre jet Sabre avevano sorvolato a bassa quota la folla di dimostranti. Da quel momento la resistenza militante contro l'apartheid divenne pi forte e organizzata che mai, e i governi pi feroci nell'opporsi all'ANC e al PAC. Qualche anno pi tardi uno xhosa di nome Nelson Mandela sarebbe stato condannato per sabotaggio e tradimento e avrebbe iniziato a scontare la pena detentiva sulla famigerata Robben Island.
Nel 1984 il terrore torn a Sharpeville quando un'altra marcia di protesta contro l'apartheid degener nella violenza e il vicesindaco della cittadina fu ucciso. Un gruppo di dimostranti noti come i Sei di Sharpeville vennero condannati a morte. In La notte del leopardo avevo raccontato le devastanti conseguenze della guerra civile in Rhodesia, ma adesso era giunto il momento di affrontare l'apartheid, il pi controverso e complesso argomento africano, nella mia serie seguente che tornava nel mondo dei Courtney. I fuochi dell'ira sarebbe diventato il cuore pulsante della seconda saga dei Courtney. Il primo romanzo della serie, La spiaggia infuocata, introduce un nuovo ramo della dinastia Courtney; il pilota sudafricano Michael Courtney si innamora di Centaine de Thiry, una bellissima donna francese che quando lui rimane ucciso in azione si arruola come infermiera a bordo di una nave ospedale solo per ritrovarsi bloccata nel deserto della Skeleton Coast dopo che l'imbarcazione viene silurata da uno U-boot tedesco.
Il secondo, Il potere della spada, era una prova di forza alla Caino e Abele fra i due figli illegittimi di Centaine: Shasa Courtney (che Michael aveva concepito prima di morire nell'incidente aereo) e Manfred De La Rey, il cui padre Lothar aveva avuto una relazione con Centaine dopo averla tratta in salvo nel deserto del Namib. La vicenda racconta l'ascesa dei due uomini durante gli anni Venti, Trenta e Quaranta, e mi consent di intrecciare la fiction alla realt, dato che Manfred finiva per seguire una strada molto simile a quella imboccata dalla speranza olimpica sudafricana Robey Leibbrandt, che dopo i Giochi del 1936 rimase a Berlino e divenne un agente segreto nazista, reinfiltrandosi poi in Sudafrica. Shasa, invece, dopo essere rimasto ferito mentre pilotava un caccia Hurricane dell'aviazione militare sudafricana in Nordafrica, torna in veste di agente del controspionaggio per dargli la caccia. Era un altro libro ambizioso e di ampia portata che mi permetteva di raccontare una vicenda di mia invenzione sfruttando l'ampio fondale della recente storia sudafricana, cosa che mi avrebbe fatto finire in grossi guai con il terzo volume della saga, I fuochi dell'ira.
L la lunga e micidiale ostilit fra Manfred De La Rey e Shasa Courtney raggiungeva il culmine proprio mentre il Sudafrica veniva inghiottito dalle fiamme del conflitto razziale. Il romanzo proiettava le accese rivalit familiari di cui avevo sempre scritto in una nazione che si stava dilaniando da sola.
I fuochi dell'ira  una cronaca delle vicende del Sudafrica e segue Shasa e Manfred mentre rimangono coinvolti nella politica della nazione in erba e finiscono in parlamento insieme. La moglie di Shasa ha una relazione con un leader nazionalista africano ed  costretta all'esilio quando il Sudafrica cede sotto la campagna di resistenza degli anni Cinquanta e la lotta contro l'apartheid mette radici. Il romanzo si apre nel 1952 e copre un periodo di quasi vent'anni mentre il paese passa traballando dalla Freedom Charter di Kliptown al Rivonia Treason Trial,* gli orrori del massacro di Sharpeville, l'incarcerazione di Nelson Mandela a Robben Island e l'assassinio del primo ministro Hendrik Verwoerd nel 1966.
Quando iniziai la carriera di scrittore cercai ispirazione nelle avventure dei tempi andati, ma con I fuochi dell'ira presi atto dei pericoli assai concreti che i sudafricani affrontavano coraggiosamente ogni giorno. Ero gi stato testimone degli orrori che potevano fagocitare un paese come la Rhodesia e intorno a me si temeva che il Sudafrica potesse imboccare la stessa direzione. Il romanzo venne scritto a met degli anni Ottanta, quando la nazione si trovava in un momento critico. La glasnost, la fine della guerra fredda, stava soffiando il suo vento di cambiamento in tutto il mondo, e quando l'Unione Sovietica e il comunismo crollarono, le onde d'urto vennero percepite in tutta l'Africa subsahariana, con immani conseguenze per il Sudafrica. A livello internazionale l'apartheid era stato universalmente condannato e, con il procedere degli anni Ottanta, sindacati, gruppi ecclesiastici, societ studentesche e il Black Consciousness Movement,** ferito ma non sconfitto dopo la morte del suo leader Steve Biko nel 1977, continuavano a invocare a gran voce un cambiamento. Nel febbraio del 1990 Nelson Mandela sarebbe stato scarcerato dal presidente F.W. de Klerk e, quattro anni dopo, sarebbe diventato lui stesso presidente. L'agonia del regime dell'apartheid fu un periodo inebriante.
Nutrivo una profonda stima per il predecessore di de Klerk, P.W. Botha, primo ministro nella prima met degli anni Ottanta. Era un vecchio uomo politico tenace e dall'aspetto poco attraente, pi celebre per la sua retorica da dito puntato e la campagna attacco totale contro terroristi e comunisti. Fu lui che cominci a parlare con Mandela mentre era ancora in prigione e, pur rifiutandosi di smantellare l'edificio dell'apartheid, inizi ad armeggiarvi intorno, eliminando le pi obbrobriose delle meschine leggi di segregazione, come quella che imponeva strutture sociali distinte per bianchi e neri e la criminalizzazione del sesso fra i due gruppi. Secondo molti, Botha era l'unico leader riformista che il Sudafrica avesse avuto in trecento anni. Durante un viaggio promozionale nel Regno Unito prima del lancio de I fuochi dell'ira nel marzo del 1987 dissi ai giornalisti che, pur vedendo il Sudafrica diventare il paese del Terzo Mondo che in realt era, speravo che sulla lunga distanza si potesse costruire una societ pacifica e giusta. Il mio ottimismo si basava sul presupposto che i moderati trionfassero nello spazio fra i "compagni" nei paesini e "i seguaci in stivali militari di Eugne Terre'Blanche [estremista di destra]". Perch ci accadesse sarebbe stato necessario reintrodurre nel processo politico l'African National Congress, ormai messo fuori legge, e trovare una formula capace di garantire l'eguaglianza alla popolazione nera del Sudafrica e al contempo tutelare i diritti della minoranza bianca. Dissi che mi sarebbe piaciuto vedere Nelson Mandela libero e incluso in un governo di unit nazionale. Nutrivo ancora forti riserve sulla natura dell'ANC e temevo che, se non fosse stato controllato, avrebbe seguito la strada imboccata dai movimenti di liberazione africani che l'avevano preceduto e avrebbe portato a un classico stato africano monopartitico, con tanto di presidente a vita. Gli avvenimenti degli anni successivi sarebbero stati fondamentali per la longevit della controversa nazione.
La volpe dorata, il seguito de I fuochi dell'ira, venne pubblicato nel 1990; di l a poco Nelson Mandela sarebbe stato rilasciato e si sarebbero fatti i primi passi verso la riconciliazione e il tentativo di sanare le ferite della nazione. Mandela dimostr il suo vero valore e di meritare l'acclamazione internazionale quando, con un'iniziativa senza precedenti fra gli statisti africani, rinunci alla presidenza dopo un unico mandato.
I fuochi dell'ira rifletteva i drammi reali che si stavano svolgendo nell'Africa moderna, come fece anche La volpe dorata, che, pi breve degli altri, era piuttosto un thriller di spionaggio con protagonista uno dei personaggi minori del romanzo precedente, la figlia di Shasa, Bella. Mi ero affezionato a lei ne I fuochi dell'ira ma non sapevo assolutamente cosa avrebbe combinato; ne La volpe dorata si realizz pienamente come spia che si infiltra nel governo. Mi capitava spesso di creare un personaggio senza nessun futuro apparente per poi rendermi conto all'improvviso delle sue potenzialit. Non conversavo con i miei personaggi come ho sentito dire che fanno alcuni scrittori: si limitavano a vivere nella mia mente e nella mia scrittura cos che io potessi osservarli e annotarne le mosse. Mi veniva chiesto spesso se un dato personaggio ero io. Ero l'avventato esperto di caccia grossa, avventuriero e dongiovanni Sean (ne I fuochi dell'ira o Il destino del leone) oppure suo fratello Garrick, il pi piccolo della nidiata ne I fuochi dell'ira e lo storpio ne Il destino del leone? In realt mi identificavo maggiormente con Garrick, credo: come me era un solitario spronato dalla ferma intenzione di avere successo, non di rado sorprendendo chi gli stava intorno.
A spiccare fra gli altri e attirare tutta l'attenzione non fu per Bella, bens un personaggio minore, Vicky Gama, la moglie del leader imprigionato Moses Gama. Era comparsa per la prima volta ne I fuochi dell'ira ma in una scena de La volpe dorata, con il marito ancora incarcerato a Robben Island, questa cosiddetta Evita nera e madre della nazione veniva da me dipinta come una sadica a seno nudo che tracanna gin e brandisce uno sjambok con cui frusta un giovane membro del suo club di atletica perch sospetta sia un informatore della polizia. Tutto ci avviene in una sontuosa villa di Soweto da lei comprata con le donazioni giunte da oltreoceano per sostenere la lotta contro l'apartheid.
I miei sono libri di pura fiction e non racchiudono messaggi nascosti, checch ne pensi la gente. I miei personaggi sono unicamente frutto della mia fantasia - io sono un romanziere - ma qualcuno tracci dei parallelismi fra Vicky e Winnie Madikizela, o Madikizela-Mandela come si fa chiamare oggi. Nella settimana in cui La volpe dorata venne pubblicato, Madikizela-Mandela fu citata in aula durante il processo alla sua guardia del corpo, Jerry Richardson, accusato dell'omicidio di un giovane attivista di nome Stompie Seipei. Stompie, quattordicenne membro della lega giovanile dell'ANC, era stato rapito insieme ad altri tre attivisti nel dicembre del 1988 dalle guardie del corpo di MadikizelaMandela, che si facevano chiamare Mandela United Football Club. Venne ucciso il primo gennaio 1989, gettato vicino alla casa della donna e ritrovato cinque giorni pi tardi nel veld, con la gola tagliata. Richardson, allenatore del Mandela United, fu accusato dell'omicidio pur sostenendo in aula di avere semplicemente eseguito gli ordini di Madikizela-Mandela, che un anno dopo fu riconosciuta colpevole del rapimento di Stompie e di complicit nella sua aggressione. Fu condannata a sei anni di prigione, ridotti in appello a un'ammenda e due anni di condizionale, mentre Richardson ottenne l'ergastolo.
Il fatto  che La volpe dorata fu scritto qualche tempo prima che Madikizela-Mandela venisse menzionata nell'aula di tribunale, ma qualsiasi cosa io scrivessi non potevo certo accontentare sempre tutti: alcuni sarebbero stati felici di brani che potevano invece offendere altri.
Nel romanzo la scena in cui Vicky Gama aggredisce il sospetto informatore non si riferisce a nessuno in particolare. Stavo scrivendo storie, non allegorie politiche, e l veniva raffigurato un tipo di persona che avrebbe potuto esistere nel periodo in cui il romanzo era ambientato.
Non era l'unico episodio de La volpe dorata ad avvicinarsi alla realt della vita moderna in Sudafrica. Il romanzo vedeva la figlia di un immaginario ambasciatore sudafricano a Londra farsi strada con le moine fino al Gabinetto per mettere le mani su informazioni top secret - compreso un gas letale prodotto in Sudafrica da un'azienda simile all'Armscor - da passare ai russi e ai cubani. Per quanto fosse frutto della mia immaginazione, recenti titoli di giornale hanno sostenuto che Anton Lubowski, il leader bianco della Swapo*** assassinato, aveva lavorato come spia per l'intelligence militare sudafricana ed era stato dimostrato che il commodoro Dieter Gerhard, comandante dell'importantissima base navale di Simonstown, appena fuori Citt del Capo, era sempre stato una spia russa. Al pari de I fiumi dell'ira, La volpe dorata mostrava come il regno della fiction e quello della realt siano strettamente intrecciati, ma non mi sarei pi spinto cos vicino alla storia politica contemporanea per un motivo molto semplice: ero un romanziere professionista, non un esperto di politica.
Data la situazione, i libri si stavano scrivendo praticamente da soli. Chiunque si trovasse fuori dalla nazione non riusciva a credere a quello che stavamo vivendo giorno dopo giorno e, come sempre succede in Africa, la tragedia era in agguato dietro l'angolo: nel luglio del 1989 un pirata della strada invest e uccise la nostra domestica Gladys Siqele davanti alla nostra abitazione di Bishopscourt, a Citt del Capo. Lei stava per tornare a casa sua con un'amica quando un'auto sal sul marciapiede e la falci. In quel momento io mi trovavo all'estero per un tour promozionale. Mia moglie sospettava che Gladys potesse essere stata presa di mira, a causa dei miei libri, da un novello Wit Wolf (Lupo bianco). Il Wit Wolf originale, un poliziotto sudafricano ventitreenne disamorato e caduto in disgrazia di nome Barend Strydom, era recluso nel braccio della morte a Pretoria per avere sparato all'impazzata sulla folla, in uniforme e con la sua arma di servizio, uccidendo sette africani e ferendone altri quindici il 15 novembre dell'anno precedente. Sosteneva di essere il leader del movimento dei White Wolves, che poi si scopr essere solo frutto della sua mente malata. Bench condannato a morte sfugg al patibolo perch il governo del partito nazionale guidato da F.W. de Klerk aveva sospeso tutte le esecuzioni. Fu rilasciato nel 1992 insieme ad altri centocinquanta prigionieri politici e amnistiato dalla Commissione per la verit e la riconciliazione**** dopo le elezioni democratiche del 1994.
Offrimmo una ricompensa di 10.000 rand a chiunque potesse fornire informazioni sulla morte di Gladys. La polizia ci chiese se noi o lei avessimo dei nemici. Non ne avevamo, per quanto ne sapessimo, ma raccontammo dell'incidente avvenuto un paio di settimane prima quando un'auto aveva sterzato in direzione di un pedone di colore per poi allontanarsi a gran velocit.
I segni di pneumatici che puntavano verso Gladys, lasciati sul ciglio opposto della strada, erano chiari come il sole. La vettura doveva avere avuto una velocit sostenuta perch l'aveva uccisa sul colpo.
Gladys era con noi da ventun anni e aveva quattro figli. Andammo al suo funerale, che fu una delle esperienze pi commoventi della mia vita. Sotto il sole cocente, sulla delicata terra battuta rossa, il familiare e pungente odore dell'Africa tutt'intorno a noi, c'erano circa quattrocento dolenti a cantare il loro amore per Gladys e per l'umanit come se si stesse dando voce a tutto lo spirito dell'Africa. Quel giorno, mentre le lacrime mi rigavano il volto, celebrai il fatto di essere anch'io un africano, di riuscire a sentire soltanto l nella tragedia un legame cos forte e impossibile da spezzare.
Quattro giorni pi tardi un sergente di polizia trentaduenne and dal comandante della sua stazione a confessare di aver guidato lui la vettura. Quasi un anno dopo Jacobus Michael Charles Andrews comparve nel tribunale di Wynberg per rispondere dell'accusa di omicidio colposo o guida imprudente e in ottobre fu giudicato colpevole di omicidio colposo e condannato a versare una multa di 1000 rand o scontare un anno di prigione. Nulla avrebbe riportato in vita Gladys e noi facemmo il possibile per i suoi figli, tutti adulti, ma quella condanna fu l'equivalente di uno schiaffetto sulla mano.
Ci lasci colmi di tristezza e rabbia.
Dopo l'euforia delle elezioni del 27 aprile 1994 che portarono trionfalmente al potere l'African National Congress fu come se il genio fosse uscito dalla lampada. C'erano enormi aspettative, un'economia in declino e, ai margini, filibustieri che ottenevano profitti a ogni pi sospinto grazie ad appalti statali e all'abuso di risorse dello stato. Ma la cosa pi spaventosa era la violenza criminale alimentata dalle fiamme della disillusione, soprattutto fra la giovent africana. A un certo punto si diffuse il timore che il Sudafrica potesse diventare come il Libano, e chi ne aveva la possibilit lasciava il paese per stabilirsi altrove. Paradossalmente la situazione era aggravata dalla nuova adesione alla dottrina dei diritti umani. La polizia era pressoch impotente e i tribunali erano stati resi incapaci di pronunciare sentenze dotate di un qualsivoglia potere deterrente. Ho sempre pensato che per sopravvivere dobbiamo avere leggi e moralit. Non sono questo gran cristiano praticante, ma la religione svolge un ruolo assai importante nel plasmare la nostra societ perch insegna l'etica alle persone. Al momento stiamo viziando intere generazioni. Non sei costretto a lavorare, puoi richiedere dei sussidi; se vuoi scrivere oscenit sui muri e poi andare al campo da calcio e bestemmiare a pi non posso sei un eroe. I diritti umani, bench assolutamente fondamentali e mirabili in linea di principio - e io ne sono un convinto sostenitore - possono essere oggetto di abusi, e i criminali possono tornare in libert se dispongono di un bravo avvocato e di soldi sufficienti, e se conoscono le persone giuste.
Ma la situazione non era abbastanza grave da spingerci a lasciare il Sudafrica per sempre: l'avremmo fatto solo se il paese fosse diventato ingovernabile, dominato da un folle razzista in un ambiente in cui mi sentissi minacciato fisicamente, in altre parole teatro di una situazione come quella nei paesi a nord, in particolare lo Zimbabwe sotto il despota Robert Mugabe. In Rhodesia, subito dopo la dichiarazione unilaterale di indipendenza ho assistito ad atti disumani che hanno modificato il mio atteggiamento e ho capito in particolare che i sistemi che erano andati benissimo nell'epoca vittoriana avevano ormai superato di parecchio la loro data di scadenza.
Sapevo che l'apartheid era una dottrina profondamente iniqua e che non poteva durare, ma non avevo la possibilit di alzarmi in piedi per affermarlo pubblicamente. Ero gi costantemente sorvegliato dal Bureau of State Security (BOSS). Ho avuto il telefono sotto controllo per anni. Dopo la fine dell'apartheid stavo passeggiando sulla spiaggia di Muizenberg, a Citt del Capo, quando un tizio mi si avvicin e, con accento afrikaans, disse: "Io la conosco". Quando gli chiesi se ci fossimo gi incontrati rispose: "Ach, no, ma ho lavorato per il BOSS e per un anno ho dovuto starmene seduto ad ascoltarla parlare al telefono. Il vecchio Wilbur, che tipo noioso!".
"Be', qualsiasi cosa faccia, la prego" replicai, "non lo dica ai miei lettori!"
Ogni qual volta tornavo in Sudafrica dopo le mie lunghe ricerche lo facevo sempre con un senso di eccitazione mescolato alla preoccupazione per la violenza e il crimine. Dopo la salita al potere dell'ANC fummo costretti a recuperare quarantotto anni in soli sei mesi e parecchie persone vennero lasciate indietro. Era bello sentirsi liberi, ma libert significava rispettare gli altri e le loro propriet. Avevo un uomo che girava continuamente intorno alla mia casa di Citt del Capo con un cane e possedevo una recinzione di sicurezza, ma mi preoccupavo soprattutto per l'incolumit di quanti lavoravano per me. Erano loro a correre dei rischi, io potevo proteggermi ma loro erano vulnerabili.
La fine dell'apartheid signific due cambiamenti positivi per me, ed entrambi includevano Nelson Mandela. L'accettazione del Sudafrica nella comunit globale grazie alla fama internazionale di Madiba fece s che finalmente i miei libri vendessero bene negli Stati Uniti, superando per la prima volta le vendite nel Regno Unito che avevano sempre rappresentato il valore di riferimento. In realt i numerosissimi turisti statunitensi che visitavano Citt del Capo chiedevano spesso dove abitassi e la guida turistica li accompagnava a Bishopscourt. Un giorno indossavo gli abiti pi vecchi che avevo e un cappello abbassato sugli occhi quando si avvicin un pullman di lusso.
"Sa dove abita Wilbur Smith?" chiese una delle persone a bordo.
"No" risposi, "ma il dottor Chris Barnard, il chirurgo di fama internazionale specializzato in trapianti di cuore, vive poco pi gi lungo questa strada." Se ne andarono. Tenevo alla mia privacy molto pi che a quella di Chris.
Il secondo fu la coppa del mondo di rugby in Sudafrica nel 1995. Il South African Rugby Board aveva conquistato il diritto di organizzare quella che sarebbe stata la terza coppa del mondo di sempre, bench la prima per la nostra nazionale, gli Springboks, visto che era stata esclusa dalle prime due a causa dell'apartheid. Fu Mandela a farci vincere la partita - e a far vincere anche il paese - in uno dei pi incredibili atti di riconciliazione di tutti i tempi. Fu un'iniziativa talmente splendida che il giornalista John Carlin scrisse un libro su di lui e sulla coppa del mondo di rugby intitolato Ama il tuo nemico da cui Clint Eastwood trasse poi il film Invictus, con Matt Damon che interpretava il capitano dei Boks Franois Pienaar e con Morgan Freeman nel ruolo di Mandela.
Nelson Mandela rimane a tutt'oggi il mio eroe. Ho avuto il privilegio di stringergli la mano e capisco, essendo cresciuto e avendo vissuto tutta la mia vita in Africa, l'autentica grandezza degli straordinari risultati da lui ottenuti. Sono uno dei sudafricani che si preoccupavano di quale forma e faccia avrebbe assunto il mio paese, e in realt l'intero continente, quando lui fosse morto. A volte, pensavo, i sedicenti filantropi come l'ex primo ministro britannico Tony Blair e le pop star Bono e Bob Geldof facevano pi male che bene, con il loro desiderio di curare i sintomi invece delle cause dei problemi nel continente. Insistevano, per esempio, sulla necessit di cancellare i debiti contratti con gli altri paesi, che per me equivaleva a premiare il cattivo governo e l'irresponsabilit. Non si tratta tanto del fatto che non capiscano la mentalit africana ma piuttosto del loro ignorare la realt del concetto africano di governo. L'intera struttura  imperniata sulla tirannia esercitata da un'unica persona, da Shaka nel KwaZulu Natal a Mzilikazi in quello che divenne lo Zimbabwe. Costoro hanno commesso terribili atrocit pur di consolidare il proprio ruolo e restare al potere, schema che  proseguito con tremende conseguenze nell'Africa moderna, per esempio quando Mugabe ha represso il dissenso dei matabele avvalendosi della sua Quinta Brigata addestrata dai nordcoreani. Persino Kenneth Kaunda nello Zambia aveva fatto ricorso alla forza quando il suo popolo stava morendo di fame. C'erano poi le cleptocrazie della Repubblica Africana Centrale e dello Zaire di Mobutu Sese Seko (oggi Repubblica Democratica del Congo), dove il denaro che in teoria doveva aiutare la popolazione veniva spudoratamente rubato e depositato su conti off-shore, accolto con gioia da banchieri svizzeri senza scrupoli.
I dittatori non accettano l'idea di usare il denaro per creare una maggiore ricchezza per il paese. Lo spendono o lo rubano e poi, quando il paese non riesce a restituire i miliardi che si  fatto prestare, si chiede all'Occidente di cancellare i debiti e prestarne altro.
A quel punto i dittatori pensano: Oh, ragazzi, abbiamo trovato una miniera d'oro! Non dovremo mai restituire niente. Quando arriva il prossimo regalo? Non  una questione di bianchi o neri, ma di natura umana.
I problemi del Sudafrica erano simili eppure sfumati: il governo dell'apartheid aveva impoverito tutti i sudafricani di colore, che quindi non avevano nulla da perdere. Non pass molto tempo prima che, in modo assai simile a quanto accadeva nella Russia post-perestroika, alcuni dei pi noti combattenti marxisti per la libert del passato si trasformassero quasi da un giorno all'altro in capitalisti e tycoon di alto livello. In Sudafrica avevamo persino un'espressione idiomatica, gravy train, soldi facili, per indicare la propensione degli attivisti a dimenticare tutti i loro principi davanti all'attrattiva della carica di amministratore, pratica superata solo da un altro fenomeno - non certo appannaggio esclusivo del Sudafrica - ossia quello dei tenderpreneurs, persone diventate vergognosamente ricche sfruttando i propri agganci politici per accaparrarsi incarichi e contratti statali.
Questo  un altro dei motivi per cui Nelson Mandela era cos speciale. Eravamo rimasti a guardare con trepidazione e profonda tristezza quando inizi il suo lento e inesorabile declino. L'attenzione per il susseguirsi dei suoi problemi di salute era decisamente morbosa, ma  quello che succede ogni volta che vedi spegnersi un grande uomo. Quando mor, il 5 dicembre 2013, scrissi: Un gigante africano  caduto, ma la leggenda che era Madiba continuer a echeggiare nei secoli. Dubito che verr mai smentito. L'intero paese si vest a lutto, con scene a cui non si assisteva da quando era andato per la prima volta alle urne il 27 aprile 1994. Credo che non rivedr mai pi quel tipo di coesione fra i connazionali, soprattutto non prima di morire.  un peccato, ma  anche un incredibile privilegio aver vissuto un periodo iniziato con Nelson Mandela che rischiava la pena di morte per terrorismo, veniva confinato per la maggior parte della sua vita adulta su un'isola rocciosa al centro della Table Bay e poi ne usciva, ventisei anni dopo, per rimettere insieme un paese in frantumi e infine si dimetteva, come promesso, dopo un solo mandato.
Era una cosa senza precedenti per l'Africa, e quasi inaudita anche a livello internazionale. La morte di Mandela ci impoveriva, ma aver avuto l'enorme privilegio di conoscerlo ci aveva arricchito moltissimo.
Forse a causa dell'argomento trattato e di quanto rispecchiava il mondo che stava andando in pezzi intorno a me, I fuochi dell'ira era stato il romanzo pi difficile da scrivere eppure funzion, e i lettori se ne innamorarono. Nel 1988 vendette quasi un milione di copie e divenne un bestseller internazionale. Inoltre batt il record mondiale come romanzo sudafricano pi lungo di sempre, con l'edizione tascabile che contava 626 pagine, superando di ventisei quelle del detentore del primato, Summer Harvest di Madge Swindell, pubblicato nel 1983.
Il marchio d'infamia dell'apartheid sudafricano mi ha perseguitato durante tutta la mia carriera. Come diceva sempre Charles Pick, era uno dei motivi per cui i miei romanzi negli Stati Uniti non erano decollati rapidamente come nel resto del mondo. Per gli americani qualsiasi cosa arrivasse dal Sudafrica era contaminata dall'associazione con il regime politico. Succedeva qualcosa di simile anche in altre parti del mondo. Durante un tour promozionale in Nuova Zelanda mi si avvicinarono quattordici membri dall'aria sciatta dell'HART, il movimento Halt All Racist Tours. Era la stessa marmaglia che nel 1981 era riuscita a mandare a monte il tour della squadra di rugby sudafricana, gli Springboks, lanciando bombe di farina sul campo e fomentando quasi un'aperta guerra civile fra tutti i fan degli All Blacks radunatisi per veder giocare le due migliori nazionali del mondo e i dimostranti che volevano assistere alla fine dell'apartheid. Intendevano consegnarmi il loro premio Razzista dell'anno, che rifiutai ringraziandoli. Evidentemente non avevano letto nulla di quanto avevo scritto, per loro il fatto che fossi bianco e sudafricano era un motivo sufficiente per denunciarmi. In seguito, quando venni intervistato durante il programma televisivo neozelandese News Hour, contrattaccai accusando l'HART di sfacciato razzismo, visto che mi aveva etichettato solo per il colore della mia pelle. Sembrava che i suoi membri prosperassero grazie al conflitto razziale: senza di esso non sarebbero esistiti. I miei libri, spiegai, erano sempre stati antirazzisti, e in realt i primi erano stati messi all'indice perch includevano rapporti d'amicizia e sentimentali interrazziali. Una cosa  certa: provo orrore per il razzismo, e lo far sempre.
Le storie mi commuovevano e mi ispiravano sin da quando ero bambino e l'idea che dovessero aspirare a fare qualcosa di pi non mi aveva mai sfiorato o, se lo aveva fatto, io non l'avevo mai presa in seria considerazione. Ma I fuochi dell'ira e La volpe dorata divennero inaspettatamente il fulcro del perenne dibattito fra scrittura popolare e scrittura letteraria.
Nel 1991 l'autrice sudafricana Nadine Gordimer vinse il premio Nobel per la letteratura. Io venni coinvolto a margine del riconoscimento dopo che un fan, Andrew Kenny, scrisse a un quotidiano di Johannesburg, lo Star, per chiedere come mai non fossi stato preso in considerazione dall'accademia svedese. Non conoscevo Kenny, ma la sua opinione suscit accese reazioni da parte di moltissimi lettori e ben presto il direttore fu subissato di lettere che rispecchiavano i due opposti schieramenti coinvolti nel dibattito. L'argomentazione addotta da Kenny era che, in confronto al numero di persone che leggevano i premi Nobel come la Gordimer, i miei romanzi - e quelli di altri autori - raggiungevano un pubblico vastissimo e potevano quindi influenzare molte pi persone e contribuire alla loro comprensione del mondo moderno. Lungi dal rappresentare una mera occasione di svago e diletto, sosteneva, i libri come i miei erano gli unici a poter sperare di incidere sul nostro modo di vivere. Come tanti critici prima di lui Kenny non si mostr certo timido quando si trattava di elencare quelli che considerava i miei difetti: spieg che i miei libri erano ben poco sottili, i miei dialoghi stentati, i miei personaggi caricaturali e le mie storie ricche di sesso poco credibile e di violenza fin troppo credibile. Eppure, se avesse dovuto scegliere un unico libro per spiegare la politica sudafricana a uno straniero, avrebbe optato senza esitazioni per I fuochi dell'ira.
Altri scrissero per aggiungere la propria voce al coro: uno di loro proponeva addirittura uno speciale premio sudafricano per la narrativa popolare che riconoscesse il mio valore e tranquillizzasse Kenny. Fu una convalida inconsueta e non sollecitata. Non mi ero mai proposto di scrivere alta letteratura - non avevo pi commesso quell'errore dopo The Gods First Make Mad - ma apprezzavo l'idea che i miei personaggi e le mie storie potessero fare una differenza nella vita della gente. Era molto rumore per nulla, per lo trovai divertente e gratificante perch mi dimostrava che fan meravigliosi avevo. Ho sempre cercato di ignorare i critici. All'inizio era terribile quando dimostravano di odiare i miei romanzi - e il pensiero che fossero gli arbitri del buon gusto mi aveva sempre irritato - ma ormai non aveva importanza: non ero pi uno scrittore alle prime armi. Checch ne pensassero i critici, i miei lettori non mi avrebbero abbandonato. Sono loro che comprano i miei libri, li leggono e ne parlano agli amici. Sono loro gli unici a cui penso ogni qual volta prendo in mano la penna.
Talvolta altri autori, soprattutto quelli con pretese letterarie, diventano paonazzi al pensiero della mia popolarit. Ho sempre pensato che dovremmo fare fronte comune, gli scrittori letterari insieme a tutti gli altri, invece loro ci scherniscono bollandoci come scrittori da aeroporto e ridono sprezzanti del nostro successo commerciale.
Eppure William Shakespeare era un autore popolare, ai suoi tempi. Forse si stupirebbe scoprendo quale ruolo duraturo riveste nella letteratura inglese. Il suo pubblico al Globe era rappresentato dalle masse di lavoratori, quello era un teatro in cui i londinesi potevano andare per ridere dello sboccato Falstaff e non necessariamente per restare a bocca aperta davanti alla bellezza e ricchezza immaginativa del linguaggio. Il pubblico di Shakespeare voleva vedere la trama posta nel cuore pulsante dell'opera. Secoli pi tardi questo valeva anche per Charles Dickens, uno dei pi grandi narratori in lingua inglese. Come aveva sottolineato Andrew Kenny,  l'autore popolare ad avere la chance di toccare davvero cuori e menti.
Io avevo un fan che rivestiva la carica pi alta del paese: l'ex presidente F.W. de Klerk, l'uomo che alla fine liber Nelson Mandela, rese nuovamente legale l'ANC e pose il Sudafrica sulla strada verso la democrazia. Lo conobbi nel 1996, dopo che si era dimesso dal ruolo di vicepresidente del nuovo governo di unit nazionale, e chiacchierammo un po'. Mi rimprover per I fuochi dell'ira e il mio ritratto di Manfred De La Rey, personaggio che secondo lui era ispirato a B.J. Vorster, il primo ministro internato durante la Seconda guerra mondiale per la sua appartenenza all'Ossewa Brandwag, la milizia di destra filonazista. Molti anni pi tardi, quando lo reincontrai al dining club Mosimann's di Londra lo salutai cordialmente. "Ciao, F.W.!" esclamai, e lui alz gli occhi e replic: "Ciao, vecchio Wilbur, lieto di rivederti". Mi lusing che si ricordasse di me.
Un giorno raggiunsi il Nord dell'Inghilterra per visitare una libreria indipendente che, per quanto piccola, aveva venduto un sacco di copie dei miei libri. A met pomeriggio la proprietaria venne da me per dire: "C' un colonnello in pensione che abita qui nel villaggio e conta su di me perch scelga quattro libri al mese da mandargli. Credo che sarebbe carino se lei potesse autografare una copia per lui, cos gli mander uno dei suoi.
Si tratta del colonnello Bailey...".
"Certo" replicai.
Scrissi obbediente sul risguardo: Al colonnello Bailey, con tanti saluti, Wilbur Smith. E la storia fin l, o almeno cos credevo. Un anno pi tardi feci un salto nella stessa libreria per una tazza di t e una chiacchierata con la proprietaria.
"Non creder mai a cosa  successo al libro che ha autografato per il colonnello Bailey" mi disse.
"Oh, mi racconti."
"Il giorno dopo il volume  tornato indietro, insieme a un biglietto che diceva: Cara signora Smith, faccio affari con lei da quindici anni e questa  la prima volta che mi manda una copia rovinata. La prego di riprendersi questo libro e mandarmene uno intonso."
Mi sbellicai dalle risate. Ecco qual era l'attrattiva del mio autografo.
Qualche tempo dopo ebbi un'esperienza di segno opposto mentre mi trovavo su un volo New York-Londra dopo un viaggio per pescare in Alaska. Stavo leggendo le bozze del mio ultimo libro, correggendo refusi, quando il tizio che mi sedeva accanto si allung verso di me.
"Vedo che sta leggendo Wilbur Smith" disse.
Annuii.
"Mi dica sinceramente, cosa ne pensa di lui come scrittore?"
Per un attimo finsi di riflettere a fondo, poi replicai: "Be', lo giudico un ottimo autore. Lo collocherei accanto a Hemingway e John Steinbeck".
Il mio vicino di posto rimase palesemente soddisfatto e si sporse ancor pi verso di me. "Lo conosco" annunci con un sorriso radioso. "Conosco
Wilbur Smith...  un mio caro amico."
"Non mi dica!" ribattei, non avendo mai visto prima quell'uomo.
"S" aggiunse. "E le dir di pi. Ha presente il personaggio di Sean Courtney, il protagonista de Il destino del leone?"
Decisi di assecondarlo. "Se l'ho presente? Certo,  uno dei miei preferiti."
"Be'" afferm il mio nuovo amico, "per crearlo Wilbur si  ispirato
alla mia vita!"
"No!" replicai con la debita dose di incredulit.
"S. E sa una cosa, se mi d il suo biglietto da visita andr da Wilbur e le far mandare una sua foto autografata. Siamo molto legati, non c' nulla che non farebbe per me."
Cos gli diedi il mio biglietto, che infil in tasca senza degnarlo di un'occhiata. Non ho pi avuto sue notizie.
Leopard Rock. Persino ora queste due parole mi riportano alla perfezione di una notte rischiarata dalle stelle.
Mi rivedo sdraiato nella nostra vecchia casa colonica in stile rhodesiano che mi ricorda la dimora della mia infanzia, ad ascoltare i suoni degli animali. Di tanto in tanto mi addormento solo per essere svegliato dal verso di un cud oppure destato, la mattina, dalla bellezza del canto degli uccelli intorno alle finestre. In pratica a Leopard Rock gestivo una game farm, una riserva, contando gli esemplari delle varie specie, controllando le popolazioni e, se necessario, dando disposizioni affinch gli animali in esubero venissero venduti all'asta e poi trasferiti in altri allevamenti. Ma la ricompensa era davvero enorme. Ogni mattina, dimenticato ormai da tempo il frastuono della vita urbana nel silenzio della natura, uscivo nel veld. A volte scorgevo un leopardo oppure rimanevo seduto tranquillo a osservare le interazioni fra i vari branchi o mandrie. Mi piaceva osservarli soprattutto dopo che pecore e mucche avevano figliato, vedere come i piccoli si adattavano al nuovo ambiente. Non c' niente di pi gradevole del vedere un giovane animale fare i primi passi e sapere che il territorio intorno a lui, l'unico mondo che conoscer mai,  sicuro e libero perch tu lo hai reso tale.
L'unico scopo di Leopard Rock era tutelare gli animali selvatici che avevo introdotto sistematicamente: springbok, cud, eland e impala, tutti importati da altri allevamenti e poi liberati per vivere allo stato brado e dare vita a branchi pi numerosi. Il nostro personale abitava nella tenuta, curava la terra e, ove possibile, proteggeva gli animali dai bracconieri oltre che dai leopardi che talvolta si aggiravano nell'area. Quando creammo la riserva, alcuni degli abitanti della zona vivevano in miseria, in quelle che somigliavano a piccole stalle, e ci premurammo subito di costruire case adeguate, installare acqua corrente calda e fredda, elettricit e televisori. Ci assicurammo che tutti potessero sottoporsi a check-up sanitari annuali, iscrivemmo il personale a fondi pensionistici e ne aiutammo i figli a frequentare la scuola. Ogni Natale i dipendenti e le rispettive famiglie si riunivano nella casa colonica per aprire i doni e festeggiare insieme fino a tarda notte.
Avevo scoperto che Leopard Rock non era soltanto un luogo dove avrei tutelato gli animali, rappresentava anche un mezzo per aiutare la popolazione africana. Mi colmava di piacere essere il proprietario della tenuta - o, come direbbero in Africa Centrale e Orientale, Bwana - ma a quel ruolo si accompagnavano precise responsabilit. Una volta mi trovavo nel bel mezzo di un'intervista quando il telefono squill. All'altro capo del filo c'era il direttore dell'allevamento, molto agitato: uno dei nostri braccianti aveva tranciato i cavi elettrici con il trattore, lasciando senza luce l'intera tenuta. Catastrofi del genere mi strappavano spesso all'isolato mondo della scrittura, ma Leopard Rock mi restituiva abbondantemente ci che mi toglieva.
* Nel giugno del 1955 a Kliptown, nei pressi di Johannesburg, il Congresso del Popolo formato da tremila delegati giunti da tutto il paese redige e adotta la Carta della Libert, che contiene i principi fondamentali dell'ANC. Il processo di Rivonia, intentato nel 1963 contro Nelson Mandela e alcuni suoi compagni accusati di sovversione e terrorismo, si concluder l'anno seguente con l'incarcerazione di Mandela a Robben Island. (N.d.T.) ** Movimento anti-apartheid nato in Sudafrica fra la fine degli anni Sessanta e l'inizio dei Settanta. (N.d.T.)
*** South-West Africa People's Organization, organizzazione indipendentista che si opponeva al controllo della Namibia da parte del Sudafrica e si trasform poi nel principale partito del paese dopo che ottenne l'indipendenza nel 1990. (N.d.T.)
**** Tribunale straordinario istituito in Sudafrica dopo la fine del regime dell'apartheid per promuovere l'unit nazionale e la riconciliazione raccogliendo le testimonianze delle vittime di violazioni dei diritti umani e concedendo, ove possibile, l'amnistia ai colpevoli che confessavano. (N.d.T.)
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CAPITOLO 14. QUESTA VITA NEL DESERTO.
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Era l'ottobre del 1989 ed eravamo partiti da Luxor sotto un sole abbagliante. Appena prima che scendesse la sera vidi le stelle sbocciare nel cielo e avvertii il primo freddo del deserto. I monumenti e i templi della necropoli sulla riva occidentale, la splendida Valle dei Re, le migliaia di turisti che si riversavano su Luxor - molto pi numerosi di quelli che avevo visto durante il mio primo viaggio in Egitto all'inizio degli anni Settanta - erano scomparsi. Davanti a noi si stagliavano le morbide dune e le sabbie ondulate del wadi asciutto che stavamo seguendo. Stavo viaggiando con i miei compagni, i beduini che avevamo ingaggiato come guide e tre cammelli sbuffanti gravati dal peso dei nostri bagagli. Era una pista che i beduini conoscevano bene, tramandata dai loro antenati: una carovaniera lungo cui i mercanti dell'antico Egitto potevano trasportare le merci, un tragitto lungo cui gli schiavi africani erano stati condotti, molti secoli prima, dai padroni arabi. Condividevo ogni mio passo con quelle persone recuperate dalla storia. Sentivo turbinare intorno a me i loro fantasmi e le loro vicende dimenticate con la stessa intensit con cui mi sentivo pungere dalla sabbia del deserto sospinta dal vento.
Nel giro di due settimane avremmo raggiunto le acque turchesi del mar Rosso per immergerci fra le splendide barriere coralline e nuotare insieme alle migliaia di specie di pesci che si trovano solo in quella parte del mondo, ma prima dovevamo percorrere pi di trecento chilometri di deserto e la sabbia mi incrostava gi il viso, rivestendomi le narici, graffiandomi la gola. Ben presto, immaginai, sarei sembrato simile a Lawrence d'Arabia, solo non bello quanto Peter O'Toole nel film. Sotto molti aspetti avevo vissuto con il deserto per tutta la vita.  una parte dell'Africa fondamentale, per me, come il bush in cui amavo perdermi e andare a caccia. Nell'ultimo decennio mi aveva fornito ispirazione per le mie storie, il deserto dell'Africa del Nord era importante per i miei romanzi come lo era stato il bush del Sud quando avevo iniziato la carriera di scrittore. Durante quel viaggio intendevo riaffermare il mio amore per quel paesaggio tanto inospitale. Probabilmente mi ero preparato a quel pellegrinaggio per tutta la vita.
Fu mio padre a instillarmi l'amore per la caccia perch ai miei occhi rappresentava tutti gli eroi dell'Africa Meridionale, ma fu mia madre a spingermi a riflettere sul passato e a farmi capire che l'Africa era un luogo di antiche civilt, di usi e costumi ormai persi nelle nebbie del tempo e di selvagge divinit inconoscibili. Mi raccont dei faraoni che un tempo dominavano l'Africa Settentrionale, delle tombe maledette che avevano lasciato dietro di s e dei cacciatori di tesori che ancora faticavano nel deserto per disseppellire i segreti di quella terra inaridita.
La fascinazione di mia madre per Great Zimbabwe mi aveva portato a creare Benjamin Kazin e L'uccello del sole, mentre la sua passione per l'antico Egitto avrebbe aperto un'altra porta attraverso cui uno schiavo eunuco di nome Taita si sarebbe presentato al mondo. Nulla aveva catturato l'immaginazione di mia madre pi vigorosamente della scoperta della tomba di Tutankhamon. Il faraone morto a soli diciannove anni era stato rinvenuto undici anni prima che io nascessi, quando la mamma era una ragazza piena di sogni, e i ricordi della scoperta non l'avevano pi abbandonata. Sdraiata sul letto, la sera, mi parlava di Howard Carter e George Herbert, quinto conte di Carnarvon, che scendevano nel buio della tomba, mi raccontava di come la luce guizzante delle loro fiaccole svelasse gradualmente i resti mummificati del giovane sovrano. "Stava aspettando nei pi profondi recessi, Wilbur. Nemmeno una pietra era stata mossa, nemmeno una statuina spostata. Steso supino con la maschera funebre d'oro che gli celava il volto c'era re Tut in persona..."
Il 26 novembre 1922 Howard Carter aveva praticato un forellino nell'angolo della porta sigillata della tomba e grazie al chiarore di una candela era riuscito a vedere che i numerosi tesori in oro e avorio erano ancora intatti. Lord Carnarvon chiese: "Vede qualcosa?" e Carter rispose con l'ormai celebre frase: "S, cose meravigliose!".
Oggi  difficile immaginarlo, ma la scoperta della tomba di Tutankhamon fu un evento di enorme portata. Il luogo di sepoltura era intatto, una scena rimasta indisturbata per millenni, e in seguito gli uomini che vi entrarono morirono in rapida successione, dando vita alla credenza che la tomba fosse maledetta. Era l'ambientazione ideale per un'autentica frenesia mediatica. Lord Carnarvon mor sei settimane dopo l'apertura della tomba; George Jay Gould, un imprenditore americano, fu colpito da una misteriosa febbre e mor in Francia sei mesi dopo esservi entrato; poco dopo essere stato fotografato mentre la visitava il principe Ali Kamel
Fahmy Bey d'Egitto fu ucciso, al Savoy di Londra, dalla moglie francese sposata sei mesi prima; Sir Archibald Douglas-Reid, un radiologo che aveva fatto i raggi X alla mummia di Tutankhamon, mor di una misteriosa malattia poco pi di un anno dopo, e perirono anche entrambi i fratellastri di Lord Carnarvon, uno di avvelenamento del sangue e l'altro di polmonite malarica. In seguito il segretario personale di Carter venne trovato soffocato nel suo letto, il padre di Carter si uccise gettandosi dal suo appartamento al settimo piano e l'episodio pi inspiegabile di tutti avvenne quando l'operaio mandato da Carter a casa sua per riferire un messaggio scopr un cobra, simbolo della monarchia egizia, dentro la gabbietta per gli uccelli, dove aveva gi divorato il canarino dell'archeologo. Era un insieme di vicende davvero ammaliante, uno spettacolo macabro ma appassionante, proprio come le storie pi avvincenti. Arthur Conan Doyle, l'autore di Sherlock Holmes, attribu la responsabilit a elementali creati dai sacerdoti del giovane sovrano mentre un giornale pubblic un'iscrizione che avrebbe reso indimenticabile la maledizione nella coscienza dell'opinione pubblica per generazioni a venire. La morte sopraggiunger con rapide ali per colui che disturba la pace del re! scrisse, bench tali parole non figurassero affatto nei geroglifici scoperti nella tomba. Come tutti gli abili narratori, i quotidiani non permisero ai fatti concreti di intralciare una bella storia. La maledizione di Tutankhamon affascinava l'intera nazione.
Per un ragazzo che aveva sperimentato di rado il deserto - soltanto l'arida distesa del Kalahari che si protendeva fino a un orizzonte sconfinato quando partecipavamo al nostro safari annuale - l'idea di regni sorti in quelle lande desolate, maledizioni sovrannaturali e un giovane sovrano non molto pi vecchio di lui racchiudeva tutti gli elementi di un'eccitante fantasia. In storie del genere il deserto diventava un luogo ricco di magia e misticismo. Per molti anni ancora non vi avrei ambientato una mia storia, ma i racconti di mia madre mi ispirarono nuove narrazioni meravigliose.
Solo quando attraversai il Namib da studente capii davvero quanto possa essere spietato il deserto. Quello del Kalahari alimenta pi forme di vita della maggior parte dei deserti, con le sue pianure che diventano verdi e fertili con l'arrivo delle piogge, ma a chiunque non lo conosca a fondo il Namib sembra una distesa uniforme, terra riarsa sotto un cielo infernale.
In quei primi anni avevo un'idea prettamente infantile dell'Egitto, che vedevo come un luogo di faraoni e regine. Solo dopo che Il destino del leone fu accettato da una casa editrice, mentre stavo volando a Londra per conoscerne i capi, riuscii a visitare il paese per la prima volta quando l'aereo della BOAC vi fece sosta.
All'epoca il Cairo era una citt molto diversa da quella che accoglie i visitatori odierni. C'erano pochi turisti ad aggirarsi per le strade e poche orde di visitatori ad assediare i monumenti. Le felucche che facevano la spola sulle acque del Nilo trasportavano viaggiatori e pescatori locali, non vacanzieri ansiosi di toccare l'acqua dell'antico fiume. In quel tempo ormai lontano rimasi fermo sulla riva a guardare nella direzione opposta a quella della corrente e immaginai gli intrepidi viaggiatori che avevano seguito quel corso d'acqua in epoche passate cercandone la leggendaria sorgente, non solo gli esploratori vittoriani di cui avevo adorato le storie ma anche i legionari romani e i soldati greci. Era la culla della civilt e avrebbe continuato a chiamarmi a s per decenni.
Mi aggirai da solo nella Citt dei Morti, un angolo del Cairo dove centinaia di monumenti sepolcrali erano utilizzati come abitazioni dai pi poveri, un luogo in cui vivi e morti si mescolavano, dove il mondo moderno e quello antico si incontravano. Poi trascorsi lunghe ore nel museo egizio, con la sua impareggiabile collezione di reperti legati ai faraoni. Oggigiorno  un edificio imponente che ospita uno dei pi ricchi tesori del mondo, ma all'epoca era una specie di deposito, un magazzino pieno di echi in cui mi fu permesso di gironzolare e lasciare briglia sciolta all'immaginazione. Nulla era etichettato, oggetti inestimabili apparivano accatastati a casaccio in stanze buie, persino la famosa maschera funeraria di Tutankhamon era chiusa in una teca di vetro malconcia, simile a quella che si potrebbe trovare in una gioielleria fatiscente. In un angolo un soldato di guardia aveva appoggiato il fucile al muro e stava fumando con nonchalance una sigaretta, come indifferente alla meravigliosa storia che lo circondava. Attraversando le sale immaginai di essere un pioniere che disseppelliva gioielli poco noti e trascurati, restando qualche passo pi indietro di Howard Carter e del conte di Carnarvon mentre rivelavano al mondo ci che era rimasto nascosto per quasi quattromila anni.
La mia prima visita in Egitto fu breve ma i miei soggiorni successivi divennero sempre pi lunghi. Vi tornai nel 1974 mentre facevo ricerche per Un'aquila nel cielo e in seguito saltai su un aereo per raggiungere quel paese straordinario ogni qual volta i deserti mi chiamavano. Parte della mia eccitazione era dovuta allo stesso Nilo, un mitico elemento distintivo dell'Africa, un fiume che aveva gi stregato innumerevoli persone prima di me. Aveva fornito sostentamento ai coloni sin dall'alba dei tempi. Varie trib di cacciatori-raccoglitori, spinte sulle verdeggianti rive del fiume dall'espansione del deserto, si erano ritrovate faccia a faccia le une con le altre per poi mescolarsi pacificamente dando vita, per sopravvivere, a societ strutturate.
Esplorai rovine e luoghi antichi che oggi si possono visitare solo sotto lo sguardo vigile di sentinelle e guardie. Durante quelle prime visite mi fu permesso di arrampicarmi ovunque desiderassi. A Giza, dove le svettanti piramidi si levano verso il cielo, la guida mi aiut a salire in cima a una di quelle leggendarie costruzioni e una volta l, ansimando trafelato, guardai da orizzonte a orizzonte, ammirando uno spazio sconfinato e vuoto eppure gremito dall'intenso lavorio del passato. Mi avventurai fuori dalle consuete rotte turistiche per vedere gli antichi monasteri copti nel deserto - dove per scorgere un lampo di vita all'interno bastava aprire il portafoglio - e la magica oasi di Fayyum oltre il Cairo, dove per un breve istante il deserto  verde e vivo, e le anatre numerose e in attesa di essere cacciate.
Durante un altro viaggio mi spinsi a nord, fino a dove il Nilo incontra il Mediterraneo. L, un centinaio di chilometri a nord di Alessandria, si trova il cimitero di El Alamein dove riposano i soldati caduti nel 1942 durante una delle battaglie pi decisive della Seconda guerra mondiale, quando l'Ottava armata di Montgomery sconfisse Rommel. Il mio era un pellegrinaggio personale per ricordare i rhodesiani e i sudafricani che, come spesso si dimentica, ebbero un ruolo fondamentale in quella vittoria contro la Germania nazista. Poi raggiunsi in aereo Assuan, sede dell'enorme diga moderna sul Nilo, e salii su un'imbarcazione da crociera per un viaggio di dieci giorni lungo il fiume. Fu una delle esperienze pi belle della mia vita veleggiare indietro nel tempo mentre il fiume scorreva verso nord, diretto verso Luxor e Karnak con tutti i loro templi e musei.
Fu durante un soggiorno successivo che sorvolai in mongolfiera la Valle dei Re e vidi il mondo antico protendersi verso il soprastante mondo moderno. Mentre restavo sospeso nell'aria, fluttuando serenamente, riuscii a distinguere El Qurna fra le colline tebane e il punto in cui venne scoperta la tomba di Tutankhamon, oltre ai tumuli funerari della necropoli di Tebe disseminati tutt'intorno. Forse l'amore per quel paesaggio era qualcosa che avevo ereditato da mia madre, ma riuscivo a scorgere numerose e variegate storie dell'Egitto sparse sul paesaggio sotto di me.
Nel 1988 giunse un momento cos perfetto ed elettrizzante che in seguito avrebbe echeggiato in tutta la mia narrativa e dato vita a un nuovo personaggio che non mi avrebbe pi lasciato andare, Taita.
L'Egitto, le piramidi e la Sfinge, il possente Nilo le cui acque nutrivano met del continente costituivano un'Africa diversa da qualsiasi cosa di cui io avessi mai scritto, e in quel momento ne stavo stringendo in mano un pezzo. Era il 1988 e mi trovavo, nella calura del deserto, sulla riva occidentale del Nilo. Gli archeologi al lavoro nel sito in cui ero stato invitato avevano tracciato linee per i rilievi e teso funi. Per settimane avevano rimosso strati di storia proprio come fa uno scrittore con quelli del suo racconto e adesso, laddove un tempo c'erano stati solo vegetazione stentata e sabbia arida, dalla crosta riarsa dal sole si levavano le prove dell'esistenza di un'antica civilt rappresentate da misteriosi affioramenti rocciosi. Sotto, nel cavernoso buco nero della tomba, giacevano i resti di una regina non registrata dalla storia. Gli studiosi ritenevano che fosse morta per venire poi mummificata gi nel 1780 a.C., in un'epoca in cui gli hyksos avevano capeggiato un'invasione giungendo dal Vicino Oriente e si erano stabiliti sul delta orientale del fiume, ma avevo l'impressione che si trovasse l con me, sussurrandomi all'orecchio.
Era stata sepolta con tutti gli oggetti preziosi della sua vita. Avevo scritto di ricchi tesori come quello sin dai tempi di Sulla rotta degli squali, ma nessuna narrazione poteva reggere il confronto con la verit di ci che veniva disseppellito in quelle antiche tombe: maschere funerarie d'oro, cerchietti con incastonate pietre preziose, statuine dagli elaborati dettagli raffiguranti gli antichissimi dei del fiume. Ma nessun manufatto prezioso mi colp pi di quello che stavo stringendo fra le mani. Non si trattava di un oggetto d'oro, di uno scettro dall'impugnatura ornata di zaffiri o di una maschera funeraria che rispecchiava fedelmente i tratti del viso sottostante: erano papiri, antiche pergamene ottenute con la lavorazione del midollo della pianta di papiro, coperti di geroglifici che travalicavano la mia comprensione.
Mi tremavano le mani mentre toccavo i rotoli per la prima volta. Quei fragili fogli di papiro racchiudevano un messaggio risalente a quasi quattro millenni prima. Feci correre il dito sui simboli arcani, percependo un legame fra me e il passato. Pensai alla regina che giaceva indisturbata nella sua tomba mentre nel mondo sopra di lei gli stati sorgevano e crollavano, le guerre divampavano, gli uomini costruivano macchine inconcepibili, conquistavano il pianeta, puntavano verso la luna. Riflettei su chi poteva aver cantato entusiasticamente le lodi della sovrana su quei rotoli e in quel momento capii che mi avevano aspettato per quattromila anni.
In seguito, una volta che vennero tradotti da esperti dell'Universit del Cairo, fui in grado di leggere cosa quell'antica figura aveva affidato alla carta di papiro. Si trattava di un tributo personale alla donna amata dall'autore, la grande regina il cui corpo era stato recentemente riportato alla luce, ma rivelava parecchio anche su di lui: quella era la sua occasione per sfoggiare la propria genialit e potenza, per vantarsi dell'uomo straordinario che era stato. Lo scritto non tendeva a esprimere emozioni sottili, ma l c'era qualcosa di speciale, qualcosa che per anni avrebbe continuato a richiamare la mia attenzione. L'ignoto autore era uno smargiasso simpatico e vantava anche altre doti: era fedele, amorevole, pieno di compassione verso animali e persone. Il suo racconto presentava lacune in cui uno scrittore avrebbe potuto lasciare briglia sciolta all'immaginazione; quello era un personaggio nel quale avevo una gran voglia di calarmi.
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Fu in quel momento che nacque Taita.
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Il dio del fiume fu il mio ventiquattresimo romanzo, scritto nell'isolamento puro delle Seychelles mentre osservavo le acque turchesi dell'oceano Indiano. Era il primo che scrivessi sul computer invece che a mano, ma aveva preso forma nella mia mente per decenni prima che affidassi anche una sola parola alla pagina. Riuniva molte delle mie passioni, fonti di ispirazione e ossessioni.
Pubblicato nel 1993,  un romanzo epico che trasportava i lettori indietro di quasi quattromila anni, fino a un passato su cui avevo svolto ricerche esaustive negli anni precedenti. Era profondamente indebitato con L'uccello del sole ma presentava una differenza sostanziale: l avevo costruito la citt di Opet attingendo unicamente alla mia fantasia, mentre l'Egitto da me raffigurato ne Il dio del fiume derivava da ricerche scrupolose quanto indispensabili.
I miei lettori ne rimasero scioccati. Per un decennio avevo scritto romanzi ad alta tensione ambientati nell'Africa dei giorni nostri - le parti conclusive della serie dei Ballantyne e la seconda parte della saga dei Courtney - e Il dio del fiume rappresentava un cambiamento di ritmo, superava di un passo i confini che loro erano giunti ad aspettarsi. Non tutte le reazioni furono positive. Una donna mi scrisse: Ho letto le primissime pagine de Il dio del fiume e non era lei, e ho posato il libro perch non riuscivo a leggerlo e spero che ne scriver uno decente. Le risposi scusandomi di averla delusa e, circa tre mesi pi tardi, mi comunic: L'ho fatto. L'ho letto ed  il miglior libro che lei abbia scritto sinora. Credo che i lettori, una volta superato lo shock iniziale, lo abbiano accettato.
Volevo condurli in audaci nuovi territori, ma alcuni di loro trovavano arduo equiparare l'Egitto all'Africa. "Oh, s, ma  diverso,  arabo" dichiaravano. Gli europei e gli americani possono anche pensarla cos, ma gli africani non lo fanno. Per noi l'Egitto  Africa tanto quanto il Capo di Buona Speranza. Ho sempre visto l'Africa come un unico continente a forma di testa di cavallo. Ha una mistica particolare condivisa da tutte le sue componenti ed  tenuto insieme da enormi fiumi, da animali selvatici - storicamente l'habitat del leone africano, per esempio, andava da nord a sud - e da uno spirito selvaggio che lo pervade interamente. Possiede una natura incontaminata che le terre coltivate dell'emisfero settentrionale non capiranno mai, e il Nilo incarna quel mistero, quella magia.  l'esempio pi straordinario di storia vivente del mondo. Basta salire su un'imbarcazione e risalire la corrente per vederne le prove tutt'intorno a s:  come salire su una macchina del tempo. I contadini intenti a lavorare la terra e azionare le ruote idrauliche lo fanno sin da quando i monumenti circostanti vennero costruiti dai faraoni.  l che un uomo pu stabilire un intimo legame con il passato, percepire che il tempo  pi grande di qualsiasi individuo. L si capisce davvero come sia effimera la vita di un uomo, come lui sia minuscolo in confronto all'enorme mondo che gira tutt'intorno a noi.
Se ad alcuni lettori non  piaciuto Il dio del fiume, sono stati molto pi numerosi quelli che invece lo hanno apprezzato. Non avrei mai potuto prevederlo, ma mi ha portato il quadruplo dei lettori di qualsiasi precedente romanzo sui Ballantyne e i Courtney: attirati dal mondo vivo e pulsante da me ricreato grazie a scrupolose ricerche e alla migliore arma di uno scrittore - la forza di volont - sono poi rimasti per il protagonista del romanzo. Taita  un uomo diverso da qualsiasi altro io abbia mai inventato. Avevo piantato i semi per la sua creazione in Benjamin Kazin, ma Taita era l'antitesi di tutti i maschi alfa Courtney e Ballantyne, autentici gradassi, su cui erano sempre stati imperniati i miei libri.  stato evirato dal suo padrone, il nobile Intef, dopo essere stato sorpreso a letto con una giovane schiava; in veste di eunuco conosce il potere dell'amore ma non  in grado di soddisfarlo e dedica invece la vita al tentativo di acquisire una profonda saggezza e una sconfinata sapienza.  un eroe rinascimentale. Lettori sparsi in ogni angolo del globo si mostrarono solidali con la sua difficile situazione. La forza dell'amore non corrisposto, l'agonia e l'estasi, attirarono milioni di persone verso di lui e continuarono ad affascinarle.
Taita pu anche essere nato dai papiri, per lungo la strada gli ho donato qualcosa di me: non la mia storia, come avevo fatto con i Courtney e i Ballantyne, bens aspetti della mia personalit e del mio carattere. Ero arrivato ad avere un debole per lui, a provare un affetto fraterno nei suoi confronti, forse, ed ero ansioso quanto i miei lettori di scoprire dove lo avrebbe portato la sua storia.
A Il dio del fiume feci seguire Il settimo papiro, un tipo di romanzo diverso che per proseguiva la narrazione della vita di Taita. Ambientato ai giorni nostri, era tuttavia indissolubilmente legato alla vicenda del libro precedente. Non era ci che i miei lettori si aspettavano, ma mi stavo divertendo troppo. I mondi perduti dell'antico Egitto avevano rinvigorito il mio modo di scrivere come non mi succedeva da decenni. Mi ridiedero sicurezza, mi permisero di spiegare nuovamente le ali.
Ne Il settimo papiro Taita, che mi aveva affascinato ne Il dio del fiume, tornava con tutti i suoi trucchi e stratagemmi per celare e proteggere il luogo di sepoltura del faraone Mamose e del suo ricco tesoro. Per la prima volta inserii il sottoscritto nel libro per farmi due risate e diedi una forma romanzesca all'eccitazione da me provata mentre stringevo in mano quei rotoli dimenticati appena disseppelliti, ma nella tipica maniera alla Smith mi inventai una storia d'amore, un collezionista vanaglorioso, la sua musa e assistente personale teutonica, e una lotta all'ultimo sangue nelle gole lungo il corso del Nilo. Il segretario degli Esteri inglese dell'epoca, Boris Johnson, recensendolo scrisse: Sarebbe difficile divulgare la trama del pi recente racconto sul saccheggio dei tesori faraonici, data la sua estrema complessit. Nelle prime trenta pagine la protagonista e il marito vengono pugnalati, bruciati, bombardati, derubati, flagellati e, credetemi, poi la situazione peggiora.
Le eventuali riserve erano collegate al fatto che la storia sembrava condonare apertamente il furto di manufatti africani da parte di collezionisti europei. Non era quella l'intenzione, ma almeno un critico letterario sostenne che, anche se fosse stato quello il caso, non c'era niente di male. James Mitchell dello Star, per esempio, scrisse quanto segue:
Ho sentito qualcuno lamentare che il comportamento degli eroi di Wilbur ne Il settimo papiro  immorale perch saccheggiano opere d'arte che dovrebbero appartenere all'Etiopia. Che lo scopo sia impadronirsene per la ricca collezione privata di Sir Nicholas oppure per i musei egizi di Royan, i favolosi tesori lasceranno la loro sede geografica. Il tacito assunto era che persino la fiction dovrebbe avere una base etica. Sono d'accordo, eppure simili critiche peccano di ingenuit. Nell'epoca attuale, quella in cui  ambientato il romanzo, l'Etiopia  immersa nel caos. Nella vita reale qualsiasi opera d'arte di tal genere verrebbe venduta al miglior offerente [...] senza dubbio per finire nascosta in qualche camera blindata texana. E se questo suona molto simile alla consueta giustificazione per il fatto che gli inglesi detengano i Marmi del Partenone rimossi da Lord Elgin e di cui il governo greco ha chiesto spesso la restituzione, amen.
Negli anni seguenti il mio amato Taita rifiut di lasciarmi andare e le sue storie continuarono a chiedere a gran voce di venire raccontate. Figli del Nilo, il mio primo romanzo del nuovo millennio, proseguiva l'odissea di Taita mentre passavo dalla storia vera de Il dio del fiume al mondo di misticismo e magia in cui la serie egizia si sarebbe poi spostata. Era di nuovo H. Rider Haggard che si manifestava nei miei scritti. In Figli del Nilo Taita, dopo la morte dell'amata regina Lostris, si rifugia nel deserto per piangerne la scomparsa e in quella terra inospitale si trasforma in un mago capace di imbrigliare i poteri dell'occulto a scopi benefici. Con il talento appena acquisito torna a servire il faraone Tamose e a crescerne il figlio, il principe Nefer. Di l a breve Tamose viene tradito e ucciso dal suo braccio destro, che poi si autonomina reggente dell'Egitto. Tocca a Taita proteggere non solo Nefer ma anche l'intera nazione.
Terminato quel libro decisi di cambiare nuovamente rotta e mi dedicai con molta energia ad Alle fonti del Nilo. Era un romanzo diverso e dal ritmo insolito, e forse fu troppo autoindulgente restituire a Taita la sua virilit, alla fine, ma ormai ero davvero molto affezionato a lui. Alle fonti del Nilo si addentra ulteriormente nel regno della stregoneria e della magia, e venne accolto piuttosto bene. Publishers Weekly scrisse: Ancora una volta Smith fonde abilmente storia, fantasia e mitologia, ma i nuovi arrivati dovrebbero prepararsi a morti e mutilazioni macabre. Un altro critico menzion che il romanzo aveva creato una cronaca di oltremondanit che varca il confine fra il vero romanzo storico e un'opera di fantasia e, cos facendo, imbriglia e ricattura alcuni miti prelevandoli dal misterioso continente buio a lui tanto familiare.
Sono sempre andato fiero delle mie ricerche e mentre scrivevo Alle fonti del Nilo decisi di sperimentare il digiuno, di calarmi nei panni di Taita, che naturalmente lo aveva affrontato durante il suo viaggio per diventare un adepto.  una pratica ampiamente documentata, soprattutto fra i veggenti e i saggi, ed  parte integrante di quasi tutte le grandi religioni del mondo: l'Islam annovera fra i suoi cinque pilastri il mese di Ramadan, il giudaismo impone ai credenti di non toccare cibo per un giorno intero durante lo Yom Kippur.
Ma poco dopo la sua pubblicazione mor quella che era forse la pi grande eroina che io avessi mai conosciuto, mia madre Elfreda.
Dopo la scomparsa di mio padre rimase sola per pi di vent'anni e durante tutto quel tempo non pass giorno senza che lei pensasse a lui e ne sentisse la mancanza. L'avevo sempre creduta invincibile, pensavo che sarebbe diventata centenaria, ma quando comp novantacinque anni mi guard e disse: "Wilbur, sono molto malata".
"Non  vero, mamma" replicai. "Sei molto forte."
"Tesoro, non capisci. Tuo padre mi vuole, ha bisogno che io stia con lui..."
"Mamma, sai che quando arriverai l le sue prime parole saranno: "Stupida donna, dove diavolo ti eri cacciata in questi vent'anni? Ora vai a prepararmi una tazza di t"."
Lei sorrise e ribatt: "Farei qualsiasi cosa pur di sentirglielo dire di nuovo".
Prima di morire si fece promettere che mi sarei preso cura di mia sorella Adrienne. Non mi cost nessuna fatica, ho sempre voluto bene alla mia sorellina.
Mia madre era stata per tutta la vita una risoluta anglicana. Era una delle poche differenze fra lei e pap, che era un agnostico in tutto e per tutto, con l'Africa come suo unico dio. Dopo che la mamma mor rimasi fermo nel crematorio con mia moglie Niso e Adrienne e affidai il suo corpo alle fiamme. Dopo qualche ora tornai nel mio studio di Citt del Capo con le sue ceneri racchiuse in un'urna.
La collocai sulla scrivania, circondata da tutti i romanzi della mia vita. Era stata lei la prima a mostrarmi come i libri potessero rappresentare una porta su mondi magici. Era stata lei a crescermi a base di storie, a ispirare la mia fascinazione per l'Egitto, a incoraggiarmi a seguire quel sogno apparentemente impossibile. Senza di lei non ci sarebbero stati Courtney n Ballantyne, nessun Taita. E cos ogni giorno, quando prendevo in mano la penna per continuare a scrivere, lei mi era nuovamente seduta accanto. La donna che aveva suscitato in me l'amore per la lettura non era scomparsa, c'erano ancora molte altre storie da raccontare.
Ma dopo un paio di anni sentii che desiderava che i suoi resti riposassero insieme a quelli di pap, che non aveva voluto farsi cremare. "Niente cremazione, grazie tante, potrebbe far male" aveva detto. "Preferisco non correre rischi, occupatevi di me nel solito vecchio modo." Era sepolto a Somerset West, cos scavammo una piccola buca nella tomba, sistemammo le ceneri di mia madre accanto alla sua bara e aggiungemmo una piccola insegna alla lapide. La prima cosa che facciamo ogni anno quando scendiamo in Sudafrica  andare a salutarli e mettere delle protee sulla loro tomba. Ne ricavo una sensazione estremamente piacevole, tranquillizzante.
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CAPITOLO 15. QUESTA VITA AMERICANA.
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Il motoscafo rombava lungo il fiume mentre io sedevo a prua, la brezza che mi arrossava il viso, facendomi sentire esposto come il paese attraverso cui sfrecciavamo. Su entrambi i lati le rive lasciavano il posto a fianchi di collina rivestiti di boschi, con pecci mariani e larici abbarbicati sui pendii. Sul mio grembo poggiava la preziosa preda del mattino: otto chili di scintillante trota fluviale. La pesca era stata buona, quel giorno.
Quell'angolo di mondo, assai lontano dalla stentata vegetazione e dal bush riarso della mia infanzia, esercitava un fascino particolare su di me. L'Alaska serbava ancora uno spirito di frontiera, l'atmosfera di un antico mondo di vigorosi individualisti dove la natura selvaggia prevaleva e il genere umano era in minoranza.  il pi esteso degli Stati Uniti e uno dei meno popolosi, un luogo in cui le anime solitarie possono cercare l'isolamento oppure guadagnarsi da vivere nelle lande selvagge, lontano dagli occhi indiscreti dei vicini o dalle interferenze quotidiane. Ci andavo ogni anno. Da Londra andavamo ad Anchorage in aereo, sorvolando nottetempo il Polo Nord e le brulle propaggini del Circolo Polare Artico, e da l raggiungevamo la lontana King Salmon, con una popolazione di circa settecento abitanti. Alloggiando nel remoto King Salmon Inn, dove i viaggiatori si mescolavano agli uomini abituati a pescare il salmone rosso nei fiumi e nella baia, radunavamo le provviste prima di uscire e puntare verso la natura. Con un idrovolante ci spostavamo in una localit che avevamo giurato di mantenere segreta - nessun pescatore locale desiderava che i tratti pi ricchi di salmoni di quei fiumi diventassero di dominio pubblico - e da l seguivamo le acque ondulate, passando le giornate a pescare e le serate intorno a fuochi da campo.
Quando puntammo il motoscafo verso la riva e la raggiungemmo a guado, il sole ormai basso brillava ancora sopra i larici. Avanzammo sulle rocce, diretti verso gli alberi fra cui erano stati accatastati i nostri bagagli, e di colpo intravidi un'ombra scura svettare sopra le provviste che avevamo lasciato l quella mattina. Era uno dei grizzly pi giganteschi che avessi mai visto. Mi bloccai e lo fissai. Forse non mi aveva ancora notato, perch non alz gli occhi n parve accorgersi di noi. Il mio primo pensiero fu che era un animale davvero splendido. Aveva il pelo marrone, pi scuro sulle zampe ma con le punte biondastre su fianchi e dorso, e sfoggiava la gobba tipica della sua specie. Poi notai gli artigli simili a pugnali ricurvi e lunghi circa dieci centimetri. Teneva il muso abbassato e le zampe anteriori stavano lacerando quello che sembrava un torso umano, ma non riuscii a scorgere nessuno scintillio di sangue n a percepire gli spasmi agonizzanti di una sventurata vittima. Sarei dovuto indietreggiare, per la curiosit ebbe la meglio su di me e poi capii cosa aveva attirato l'orso nel nostro accampamento. A King Salmon mi ero attrezzato per il viaggio comprando una costosa giacca a vento con cappuccio per ripararmi dal vento a cui, in quella parte del mondo, sono spesso mischiati minuscoli frammenti di ghiaccio. Quel mattino, dato l'intenso calore del sole, avevo lasciato l il giaccone e dimenticato di aver infilato diverse tavolette di cioccolato nelle tasche. Gli orsi sono dotati di un ottimo olfatto, pi acuto di quello canino, e il grizzly doveva aver sentito l'odore dell'inattesa leccornia da molto lontano. Aveva l'aria estremamente soddisfatta mentre strappava la mia giacca a vento, con il naso e met muso sporchi di cioccolato appiccicoso e semisciolto. Speravo avesse saziato il suo appetito e che non decidesse che la portata principale dovesse essere rappresentata da carne umana.
I grizzly tendono a essere pi aggressivi degli orsi bruni quando si difendono, ma di solito cercano di evitare il contatto con le persone e, a dispetto della loro superiorit fisica - possono raggiungere pi di due metri di altezza, quando ritti sulle zampe posteriori, e pesare fino a trecentocinquanta chili - danno raramente la caccia agli esseri umani. Possono per attaccare se vengono colti di sorpresa a distanza ravvicinata o stanno proteggendo una fonte di cibo, caratteristica comportamentale da manuale che al momento io correvo il grave rischio di scatenare.
Quasi percependo la mia presenza smise di rovistare nella giacca e sollev la testa. Due occhi neri circondati dal folto pelo marrone mi soppesarono e parvero trovarmi deludente.
Lo fissai da lontano. Tutto muscoli, doveva pesare circa duecentocinquanta chili ed essere largo un metro e venti all'altezza delle spalle, la pelliccia resa scintillante dall'acqua del fiume. Nel 1815, dopo attenti studi, il naturalista George Ord classific ufficialmente il grizzly come Ursus horribilis, non in base al suo aspetto ma al suo carattere.
Non era il primo orso che vedevo. In quel territorio quasi non si poteva fare un viaggio senza scorgere uno di quei giganti della foresta dall'andatura goffa. Avevo perso il conto del numero di volte in cui i guardiani ci avevano tenuto una lezioncina prima che ci avventurassimo nella natura. "Questo  un paese di orsi" spiegavano. "Non dimenticate mai che siete voi gli intrusi in questa parte del mondo." Erano ansiosi di farci capire che in caso di un attacco di orsi non dovevamo gridare perch, almeno apparentemente, i rumori forti disturbavano quegli animali. A volte ne vedevamo alcuni pescare sulla riva del fiume mentre passavamo con il motoscafo. In un'occasione una femmina di grizzly ci aveva aggredito, solo per ritirarsi quando la nostra guida aveva sfoderato la pistola e sparato un colpo di avvertimento sopra la sua testa. Sono creature magnifiche, autentici mostri della natura, e l'esemplare che mi stava occhieggiando era fra i pi belli della sua specie.
Un'imprecisata follia doveva essersi impadronita di me perch non avevo affatto paura, ero solo indignato perch mi aveva fatto a brandelli il giaccone. A essere stimolato non fu l'istinto bellicoso dell'orso bens il mio, tanto che mi lanciai verso l'animale.
Gridai mentre agitavo le braccia per lo sdegno come se fossi stato appena borseggiato. Stavo cercando di scacciarlo ma mi accorsi ben presto che ero da solo, gli altri pescatori fermi alle mie spalle perch in preda al terrore o perch non riuscivano a impedirsi di ridere. Prima di rendermene conto avevo quasi raggiunto l'orso che, con apparente indifferenza, rimase dov'era. Ero abbastanza vicino da captarne l'intenso odore da carnivoro, per notare che il suo pelo veniva increspato dal vento. Poi si mosse con la velocit di un fulmine: un attimo prima era carponi, gli artigli ancora impigliati nei resti della mia giacca a vento, e quello seguente si era drizzato sulle zampe posteriori, ergendosi in tutta la sua statura di oltre due metri. Le zampe anteriori allargate come se volesse stringermi in un ultimo abbraccio, spalanc le mascelle e dalla caverna senza fondo del suo ventre sgorg un ruggito assordante, indignato, furibondo, un suono diverso da qualsiasi altro in natura.
Mi bloccai di colpo. Il ruggito riemp il bosco, sovrastando ogni altro rumore. Alzai gli occhi verso la sua bocca sporca di cioccolato e bava. Osservai i resti vandalizzati delle mie tavolette di cioccolato e il mio giaccone straziato, felice di non trovarmi al suo interno. Il fuoco che mi era divampato dentro si era spento in un istante. Se il grizzly voleva la mia giacca a vento, se aveva voglia di cioccolata, poteva benissimo prendersele.
Mi voltai e cominciai a correre.
Non mi girai prima di avere quasi raggiunto il fiume. Quando infine mi fermai e mi voltai, aspettandomi di vedere l'orso giusto alle mie spalle e pronto ad avventarsi su di me, scoprii che invece non ce n'era traccia. Se n'era andato con la stessa nonchalance con cui era comparso, dopo aver fatto razzia di quello per cui era venuto, e probabilmente si trovava gi lontano da l e si stava mettendo comodo per schiacciare un pisolino. Non era stato l'unico a dileguarsi: anche i miei compagni erano spariti. Alla fine udii un fruscio fra i cespugli e da dietro gli alberi e il folto sottobosco sbucarono i miei amici, un paio dei quali piegati in due nel tentativo di soffocare le risate scroscianti. Uno di loro mi raggiunse, mi diede una pacca sulla schiena e disse: "Wilbur, sei il re della giungla". Avrei ricordato il verso dell'orso fino alla fine dei miei giorni.
Sarebbe passato un po' di tempo prima che il bush plane tornasse a prenderci per portarci pi su lungo il fiume.
Ai miei occhi di ragazzo cresciuto nel remoto Copperbelt della Rhodesia Settentrionale, gli Stati Uniti erano sempre stati un altro mondo. Nell'epoca anteriore ai notiziari televisivi ventiquattr'ore su ventiquattro e all'accesso istantaneo a Internet, immagini di quel luogo fantastico dall'altra parte dell'oceano giungevano solo attraverso i film e i libri che divoravo. Nei western di John Ford l'America era una terra in tutto e per tutto selvaggia e non civilizzata come l'Africa su cui mio nonno ricamava storie, mentre nelle pagine di un romanzo di John Steinbeck era un continente di persone che si sforzavano di trovare la propria strada e fare del loro meglio le une per le altre. Sono cresciuto con un'immagine dell'America caratterizzata da lunghe strade aperte e auto veloci, da impavidi uomini di frontiera che si aprivano faticosamente un varco verso ovest per civilizzare un continente, dal fascino e dall'ostentazione di Hollywood e della West Coast.
La visitai per la prima volta nel 1965. New York, crogiolo razziale e moderna capitale del mondo, fu una rivelazione stupefacente. Quella brulicante metropoli piena di grattacieli e strade gremite era diversissima dai cieli aperti e dal bush ondulato della mia infanzia. Tornai su in cielo e proseguii verso ovest, fino a una citt che avevo visto sul grande schermo inghirlandata di luci e dei cui templi avevo spesso sognato. Las Vegas sembrava incarnare l'eccesso e l'appetito degli Stati Uniti. Vi persi una settimana in un turbinio di spettacoli, assorbendo l'atmosfera e assimilando l'enorme energia di quella leggendaria citt nel deserto. Il Nevada era brullo e magnifico, il suo deserto cocente e implacabile come quelli che conoscevo in Africa, ma non ero andato l per vedere le steppe riarse dal sole e le sconfinate distese di artemisia. Non ero un giocatore d'azzardo - non lo sono mai stato, nonostante l'esotica attrattiva di citt come Las Vegas - e a parte uno svogliato tentativo di giocare a baccarat non mi smarrii intorno ai tavoli dei grandi casin. Mi bastava udire e percepire la rauca brama di vita dell'America.
Quella settimana di ottobre del 1965 segn l'inizio della mia storia d'amore lunga tutta una vita con gli Stati Uniti.
Il destino del leone venne lanciato in America nello stesso anno, seguito dopo breve tempo da L'ombra del sole; dopo di che fu la volta de La voce del tuono, Una vena d'odio e altri. Fu solo con Un'aquila nel cielo, nel 1974, che un mio romanzo scal la classifica dei bestseller in America, ma questo non significava che il numero dei miei lettori non stesse crescendo lentamente o la mia relazione sentimentale con gli Stati Uniti fosse meno entusiasmante. Con il passare degli anni trovavo sempre pi motivi per andare l, per avevo sempre saputo che non vi avrei mai ambientato un romanzo. Il consiglio del mio agente Charles Pick - "Scrivi di quello che conosci" - significava che i miei libri sarebbero sempre stati radicati nell'Africa che mi aveva reso ci che ero, quindi i miei viaggi in America non riguardavano mai il lavoro. Gli Stati Uniti rappresentavano invece un luogo di avventura e divertimento, di svago. Ogni anno mi recavo in Alaska per pescare salmoni e trote; per decenni ho sciato nello Utah, fuori da Salt Lake City, nell'incredibile ranch Sun Valley di Robert Redford nel Montana e, esperienza pi memorabile di tutte, a Beaver Creek nel Colorado, dove in inverno l'antica White River National Forest  innevata e il fiume Colorado dalle acque mulinanti sfoggia ripide rive ghiacciate. Avevo imparato a sciare in Europa dopo la pubblicazione de Il destino del leone e anche se da allora ho sciato in tutto il mondo - sulle Blue Mountains australiane, fra i vulcani giapponesi, sui pittoreschi pendii svizzeri - non sono mai stato molto bravo. Questo non mi ha impedito di lanciarmi gi per i pendii montani di Beaver Creek, con il bosco e le vette frastagliate che mi sfrecciavano accanto, o di viaggiare su alte seggiovie ammirando le foreste selvagge che si estendevano in ogni direzione.
Cercavo le pi belle localit rinomate per la pesca e il bird-watching dove potevo assaporare la natura dell'America in tutto il suo splendore. Mi ero innamorato dei suoi luoghi selvaggi.  un continente diverso da qualsiasi altro, in cui il deserto lascia il posto a fertili pianure, dove una catena montuosa pu includere sia i brulli rossi e grigi del Sangre de Cristo nel Nuovo Messico sia gli innevati sempreverdi delle Montagne Rocciose settentrionali. In nessun altro paese si incontrano e si fondono paesaggi come le straordinarie foreste di sequoie con alberi pi grandi che in qualsiasi altro luogo del mondo, le aride pianure rivestite di artemisia e il deserto, le montagne dalle cime innevate e i Grandi Laghi, le lunghe distese deserte di autostrade con i bordi costellati di paesini in cui americani abituati al duro lavoro forgiano la propria vita. Negli Stati Uniti ci sono talmente tante cose da vedere che non basterebbe una vita per ammirarle tutte.
Comunque io ci ho provato.
Nel 1982 ero immerso nella saga dei Ballantyne: era appena uscito Gli angeli piangono e il romanzo clou della serie, La notte del leopardo, cominciava a prendere forma nella mia immaginazione. Ma la mole di lavoro era gravosa gi da diversi anni, e mai pi gravosa che con i Ballantyne, la cui lunga storia scatur dalla mia fantasia in pochi anni di lavoro febbrile. Avevo bisogno di una pausa, di qualcosa che mi permettesse di recuperare le forze. Mi succedeva spesso nel bel mezzo di un romanzo, quando smarrivo la strada, quando temevo che la storia fuggisse via da me, e un improvviso safari o una vacanza sugli sci mi fornivano la lucidit necessaria per tornare al libro con uno stato d'animo rinnovato. Il 1982 fu il primo anno in cui mi presi una pausa dalla scrittura dopo Il destino del leone. Serviva qualcosa che aiutasse il mio pozzo creativo a riempirsi di nuovo e non esisteva maniera migliore di evadere che dirigersi verso angoli remoti del mondo.
Cominciammo da Barrow, il volo notturno che da Londra ci portava al di sopra della deserta natura selvaggia del Circolo Polare Artico. Fuori dalla cittadina, il promontorio di Point Barrow contrassegnava la propaggine pi settentrionale degli Stati Uniti; pi a nord c'era la tundra deserta, pi di millecinquecento chilometri di nudo candore che si spingeva fino al limite della terra. Barrow era una cittadina petrolifera talmente lontana dal resto degli Stati Uniti che la popolazione basava ancora la propria sopravvivenza sull'attivit venatoria, gestendo e cacciando meticolosamente le foche, gli orsi polari, i carib e i trichechi che vivevano oltre i confini della citt. Da l puntammo verso sud, attraversando gli incontaminati parchi nazionali dove orsi e lupi regnavano incontrastati, e raggiungemmo infine la penisola di Katmai, una zona selvaggia di cui un pescatore pu innamorarsi facilmente. Avrei potuto passare un'intera vita l, soltanto io e i pesci nei fiumi, le trote che abboccavano contente all'amo ovunque io lo lanciassi.
Dopo il nostro soggiorno nel gelido Nord dell'America giunse il momento di un pellegrinaggio in un altro stato remoto, le Hawaii, distanti dalla terraferma statunitense quanto Londra dal Cairo. Nelle acque color cobalto del Pacifico vi sarebbero state altre battute di pesca, solo che l avremmo cercato di catturare pesci capaci di combattere.
Ho sempre adorato pescare i marlin. C' un'eccitazione primordiale
nel tiro alla fune, qualcosa di incontaminato nella lotta, da cui mi ero sentito attratto sin da quando ero molto giovane. Ormai li avevo pescati in tutto il mondo - nell'oceano Indiano dove mio padre e io veleggiavamo insieme, lungo la grande barriera corallina australiana dove Lee Marvin mi ha soffiato il primato - ma il marlin blu del Pacifico  il pi grande della sua specie e io avevo sempre nutrito l'ambizione di catturarne uno. Le acque delle Hawaii vantavano uno status quasi mitico per i pescatori di marlin: nel 1970 il capitano Cornelius Choy, dell'isola di Oahu, vi aveva pescato con la canna il pi grande di sempre, dell'incredibile peso di 818 chili, dieci volte quello di un uomo prestante.
Il marlin blu  uno dei pesci pi magnifici dell'oceano. Di un blu intenso sul dorso e di un bianco argenteo su ventre e fianchi, ha una grossa pinna dorsale e una lunga e micidiale mascella superiore a forma di lancia.  un nuotatore estremamente veloce che si lancia fra i banchi di pesci sventolando il suo rostro e poi torna indietro per divorare le prede appena stordite e mutilate.
Salpammo all'alba, diretti verso le acque profonde in cui dimora il marlin. Quella mattina il Pacifico appariva stranamente immobile. Da ovest a est, da nord a sud, scintillava al sole ma era del tutto calmo. Lo skipper mise in acqua le nostre esche e cominciammo a girare in tondo aspettando che venissero inghiottite. Stavamo usando esche vive, piccoli tonnetti striati per tentare il marlin, ma per alcune lunghe ore non successe niente, il pesce rimaneva celato nell'oscurit sottostante. Sulla barca non potevamo fare altro che aspettare. Per la maggior parte del tempo il migliore amico del pescatore  la pazienza.
Quasi due ore dopo ero ritto sul ponte volante, pronto a dichiararmi sconfitto, quando l'esca pi vicina all'imbarcazione scomparve in un'improvvisa cascata di acqua e il mulinello cominci a stridere, la lenza che si srotolava a una velocit impressionante. Guardai lo skipper, lui guard me e in quella frazione di secondo l'adrenalina prese a scorrerci nelle vene. Balzai verso la sedia da combattimento, ghermii la canna da pesca e la tenni stretta come se ne andasse della mia vita mentre lo skipper mi assicurava alla sedia.
Mi bastarono pochi minuti per capire che si trattava di un grosso pesce. Sentii la sua potenza riverberare nella lenza, percepii la sua crescente frenesia mentre capiva di essere stato preso all'amo. Poi, quasi di colpo, l'angolazione della lenza cominci a ridursi e un mostruoso marlin blu balz fuori dall'acqua, allontanandosi dalla barca.
La battaglia ebbe inizio. Ben presto il marlin fece srotolare completamente la lenza lunga quasi centocinquanta metri. Cominciai a riavvolgerla e avvertii la resistenza opposta dal mulinello che aveva appena ruotato cos violentemente che l'olio lubrificante stava ribollendo, sgorgando dalle guarnizioni in nuvolette di vapore ustionante. Continuai a stringere la canna da pesca e a riavvolgere la lenza. Tutto il mio mondo si era ristretto, ormai c'eravamo solo io e il marlin, la sua resistenza rabbiosa e la mia determinazione a tirarlo a bordo.
All'ora di combattimento ne segu un'altra mentre il tempo scorreva in una foschia di tensione muscolare e concentrazione mentale, e le ore divennero tre e poi quattro. Avevo la mano destra piena di graffi e tagli, il braccio sinistro irrigidito da un crampo, ma rimasi concentrato sul mulinello, deciso a non arrendermi. Mi si affacciarono alla mente le parole scritte da Hemingway nella sua cronaca sul pescare marlin, Il vecchio e il mare: L'uomo non  fatto per la sconfitta... Sentii indebolirsi lo spirito battagliero del pesce. Ero esausto anch'io ma continuai a riavvolgere la lenza, e ogni rotazione del mulinello mi dava la forza per farlo girare ancora una volta. Dopo quattro ore la battaglia volgeva ormai al termine. Il marlin spunt dall'acqua, prima il rostro, quindi il corpo e infine i contorni affilati come rasoi della pinna caudale. Era il pesce pi spettacolare che avessi mai visto, un autentico gladiatore degli abissi.
Finalmente mi alzai dalla sedia da combattimento, feci qualche passo barcollante e, con le braccia indolenzite, rimasi fermo mentre il marlin veniva tirato fino alla barca e lo skipper lo issava a bordo. Eccolo l, steso sul ponte sotto di me: lungo cinque metri dalla coda alla punta del rostro, almeno cinquecento chili di peso, di un blu intenso abbinato a un viscido bianco argenteo, tutto compatta potenza muscolare. Lo avevo battuto, ma adesso che era stato catturato era giusto restituirlo all'oceano perch continuasse a vivere. Magari un altro pescatore lo avrebbe impegnato in un braccio di ferro durante una nuova sessione sportiva oppure avrebbe vinto lui la sfida seguente, ma meritava di rimanere libero e indomito. Purtroppo scoprii che la decisione non spettava a me. Mi irritai con le autorit hawaiane perch, come ogni vero cacciatore, sono un ecologista compulsivo tanto quanto sono un pescatore compulsivo. Di solito pesco e poi libero le prede e volevo ributtare il marlin fra le onde, ma quell'anno era uno dei pesci che le autorit non consentivano di rimettere in libert. Abbassai lo sguardo su di lui con profonda mestizia. Quella era la fine del suo viaggio e, a dispetto delle tristi circostanze, avrei preso il suo rostro lungo un metro come trofeo e tributo.
Ancora oggi occupa un posto d'onore nel mio studio.
C'era un viaggio che avevo sognato a lungo di fare, un viaggio che ricordava il meglio delle leggende americane, e quando sbarcammo all'aeroporto di Los Angeles, confondendoci con un'indaffarata folla di persone di ogni classe sociale, proseguimmo rapidi, pregustando l'esperienza. La lunga strada costiera che va da Los Angeles a San Francisco era una parte dell'America che sentivo di conoscere gi, soprattutto grazie ai romanzi di John Steinbeck che avevo divorato molti anni prima. Era giunto il momento di vederla di persona.
Mi ero sentito attratto dalla West Coast molto tempo prima di recarmi negli Stati Uniti. New York sarebbe sempre stata un luogo vertiginoso, frenetico, e adoro i suoi spettacoli di Broadway, le luci natalizie, i ristoranti e i musei, soprattutto le gallerie d'arte in cui si possono vedere le opere pi straordinarie del mondo, come i dipinti degli impressionisti francesi che avevo sempre ammirato. Ma la West Coast incarnava un aspetto dell'America di cui era impossibile non innamorarsi. La California era la sede di Hollywood, il parco giochi dei ricchi e famosi, e non avrebbe mai perso la sua attrattiva, nemmeno dopo le mie deludenti avventure nel mondo del cinema. La West Coast  magica, la California unica.
Alloggiavamo al Beverly Hills Hotel, fantasticando oziosamente di andare alle feste con il bel mondo, quando l'attrattiva di luoghi selvaggi e sconfinati cieli aperti divenne irresistibile. Ero un viaggiatore che si affidava alla spontaneit ma una volta presa una decisione pianificavo tutto fin nei minimi dettagli. Per un giorno intero studiammo mappe e guide, e l'indomani mattina eravamo per strada, salendo da Los Angeles verso le vaste distese naturali dello Yosemite National Park.
Non appena vidi quel parco capii che vi sarei tornato pi e pi volte. Un'area della vecchia America meticolosamente conservata, lo Yosemite  una delle autentiche meraviglie del continente. El Capitan, la parete di granito che svetta sopra la valle, mi fece ripensare alle avventure alpinistiche della mia giovinezza, e i boschi di sequoie giganti erano spettacolari. Lasciata l'auto ci addentrammo nell'interno del parco e per lunghe ore ci aggirammo nella sua stentata boscaglia riarsa dal sole, meravigliati dalle imponenti foreste di alberi talmente enormi che un uomo poteva percorrere i cunicoli scavati nei loro tronchi, sbalorditi dai prati montani e dalle cascate tumultuose. Quello era l'aspetto che l'America aveva sfoggiato molto tempo prima dell'arrivo degli europei e tutt'intorno a noi il bosco appariva antico come all'epoca, mai diradato, mai sfruttato. E gli uccelli che riempivano quei boschetti in ombra bastavano da soli a farmi desiderare di trascorrere un'altra esistenza l: c'erano picchi, corvi e fringuelli neri, minuscoli pigliamosche sfrecciavano fra i rami mentre grandi gufi grigi dall'aria regale erano appollaiati ben in alto. C'erano anche lupi grigi e orsi, non li vedevamo ma era sufficiente immaginarli intenti a crearsi una vita in un angolo del paese preservato apposta per loro.
Di ritorno al parcheggio sentii uno strillo dietro di me. Un terrier salt gi dalla macchina dei proprietari e cominci a correre in tondo, palesemente spaventato da qualcosa.
Alzai gli occhi verso un albero vicino e vidi, appollaiata su un ramo a osservare il trambusto sottostante, un'aquila calva, un esemplare estremamente imponente e altezzoso. Spieg le enormi ali e si tuff in picchiata come una palla di cannone. Sfrecci accanto alla mia testa e gherm il cagnolino che abbaiava. Ora silenzioso, il terrier si lev nell'aria, serrato da enormi artigli, e venne portato fra gli alberi e oltre.
Per un attimo nel parcheggio regn il silenzio, dopo di che la proprietaria del cane guard su verso gli alberi e poi, volendo probabilmente raggiungere il guardacaccia, torn verso l'auto piangendo disperata, mentre il marito la consolava.
Prima di arrivare alla macchina lui incroci il mio sguardo. Mi fece l'occhiolino e fatic a trattenere un sorriso. Alz e abbass il pugno ed emise un breve grido di esultanza, poi ridivent impassibile e si mise al volante, accanto alla moglie distrutta.
Evidentemente l'aquila non era l'unica ad averne avuto abbastanza di quel cagnolino chiassoso.
Dopo lo Yosemite continuammo a puntare verso nord, tornando sulla costa per seguire la strada litoranea attraverso la regione del Big Sur, dove le montagne di Santa Lucia si protendono in maniera suggestiva fino al Pacifico, con i pini gialli e gli abeti di Douglas che ammantano i piedi delle colline di un intenso verde scuro. Lungo l'autostrada svettano come sentinelle le sequoie sempreverdi, guardiani provenienti da un'altra epoca.
Un tempo quel paese aveva rappresentato il fulcro di una corsa all'oro simile a quelle nel Witwatersrand di cui avevo scritto ne Il destino del leone, ma le montagne di Santa Lucia avevano mantenuto il Big Sur talmente isolato che soltanto i viaggiatori pi vigorosi e intrepidi erano riusciti a raggiungerlo. Ancora adesso, bench con l'autostrada vi arrivassero pi persone, quel territorio appariva selvaggio e remoto. Di notte la Los Padres Forest era animata dagli ululati dei coyote. Una volta, sul ciglio della strada, ci fermammo per vedere le orme di un puma sceso dalle cime montane per dare la caccia a pecore delle Montagne Rocciose e cervi muli della California nelle pianure. Mentre procedevamo in direzione nord, condor e falchi volavano in cerchio sopra le nostre teste o ci osservavano minacciosi dai loro nascondigli sui rami pi alti della foresta.
A nord del Big Sur viaggiammo per lunghi giorni nella contea di Monterey fino a ritrovarci a Salinas, dove a est svettavano i magnifici monti Gabilan e a ovest spiccava la sconfinata e aperta distesa del Pacifico. Mentre seguivamo la costa, pernottando in piccole cittadine e paesini, avevo l'impressione che fossimo entrati in un romanzo di John Steinbeck. Sul ciglio della strada alcuni agricoltori vendevano i loro prodotti direttamente dai camioncini. L'ospitalit degli americani di quelle zone rurali era talmente lontana dalla frenesia delle grandi citt da sembrare irreale. Mentre viaggiavamo, classiche canzoni statunitensi mi risuonavano nella testa, un perenne medley di successi di Kris Kristofferson.
Ammiravo Hemingway per la sua appassionata evocazione della caccia in Verdi colline d'Africa e per il modo in cui aveva aperto nuove strade con la sua scrittura, ma amavo ancora di pi Steinbeck. Il mio libro di Hemingway preferito era sempre stato Per chi suona la campana. Adoravo l'essenzialit della sua prosa, la chiarezza con cui lui vedeva le persone, le magistrali e delicate pennellate che definivano con una tale economia il carattere. Adoravo anche il suo essere fondamentalmente una figura tragica, un uomo infelice che celava la propria incertezza sotto un'immagine di macho meticolosamente costruita. Ma Steinbeck occupava un posto diverso nel mio cuore. La sua umanit  una luce brillante che rischiara l'anima dei suoi personaggi mostrandone la verit e la vulnerabilit. Ho sempre amato Vicolo Cannery per il suo umorismo, il pathos e l'empatia verso persone in lotta contro la povert, verso le loro tragedie a basso costo; offre un magnifico spaccato dell'America ai tempi della Grande Depressione,  toccante, commovente e divertente. Anche Pian della Tortilla rivela l'amore dell'autore per l'umanit calpestata, e se lui si  mostrato di sinistra in romanzi come La battaglia e l'indimenticabile Furore, be', posso perdonarglielo. Ne La valle dell'Eden ha creato due fratelli in lotta che potevo solo aspirare a eguagliare con Sean e Garrick Courtney.
Quelle terre fertili erano piene di storie. Steinbeck aveva definito la zona la valle del mondo e a One Main Street, a Salinas, trovammo il National Steinbeck Center, un museo dedicato alla sua opera. Passammo diverse ore ad assimilare ogni aspetto dei reperti in mostra: i manoscritti autografi e i diari chiusi in bacheche di vetro, la Ford Model T del film La valle dell'Eden sistemata davanti all'edificio mentre immagini di James Dean nel ruolo di Cal Trask venivano trasmesse senza sosta, e infine il camper verde in cui l'autore viveva mentre percorreva le autostrade dell'America rurale, scrivendo intanto In viaggio con Charley. Non bastava un giorno per recepire la piena portata dei suoi trionfi, cos tornammo l'indomani, e il giorno dopo ancora.
John Steinbeck aveva vissuto come aspiravo a vivere io: facendo costantemente ricerche, viaggiando continuamente, scrivendo di quello che conosceva meglio. Quando, parecchi giorni pi tardi, arrivammo a San Francisco, tappa finale del nostro viaggio, stavo ancora pensando a lui ed ero ansioso di prendere in mano la penna.
Il nostro viaggio americano era terminato, ma solo per breve tempo. Sapevo che quel paese avrebbe continuato a tentarmi.
Ogni anno ricevevo lettere di lettori americani che mi convincevano che quello era davvero un paese speciale. Ce n'era uno che mi scriveva dalla Florida ogni qual volta pubblicavo un nuovo romanzo e il pensiero che qualcuno, l fuori, stesse aspettando le mie storie era pi corroborante di quanto avessi mai immaginato. Quando lui mor sua figlia, Sandi Smith di Crossville, nel Tennessee, mi mand un biglietto che diceva: Caro signor Smith, mio padre era talmente colpito dalle sue storie che sento di doverle dire che uno dei suoi libri, L'uccello del sole,  stato sepolto con lui. Anch'io ho letto e apprezzato tutti i suoi romanzi.
Anche un certo Jack di Houston era un lettore entusiasta e mi scriveva appena usciva un nuovo romanzo. Dopo parecchi anni ricevetti una sua lettera che diceva: Caro Wilbur, mi spiace doverti informare che il nostro rapporto  giunto al termine perch sto per compiere ottantanove anni e sto perdendo la vista, quindi in futuro non sar in grado di leggere i tuoi libri. Si dava il caso che, una settimana prima, la mia casa editrice mi avesse inviato la large-print edition del mio ultimo libro, pensata proprio per chi aveva problemi di vista. Infilai il volume in una busta imbottita insieme a una lettera che diceva: Jack, non deve necessariamente finire. Dovrai sopportare i miei libri ancora per un po'. Eccone uno che puoi leggere. In seguito sua moglie mi raccont cosa era successo. Jack apr il libro e rimase talmente sopraffatto dall'eccitazione che scrisse due lettere, una a me per ringraziarmi di avergli mandato il volume e dirmi quanto ne fosse felice e quanto la mia amicizia significasse per lui, e l'altra al figlio a New York con il messaggio: Guarda cosa mi ha mandato Wilbur Smith, non  fantastico? Quando le port all'ufficio postale, non vedendoci bene le confuse e mand a me la lettera per il figlio e viceversa. Rimasi amico di sua moglie per lungo tempo, finch lei mi scrisse per dirmi: Mi dispiace terribilmente di doverla avvisare che, poco prima del suo novantaduesimo compleanno, mio marito Jack  spirato, ma ha chiesto nel testamento che tutti i suoi libri venissero messi nella bara con lui per accompagnarlo in quell'ultimo viaggio. Mi mand una foto che mostrava Jack nella bara, lindo e azzimato in un bel completo scuro, un cuscino di seta bianca sotto la testa e i miei romanzi tutt'intorno. Jack, buon viaggio, amico mio. Grazie mille, pensai. Era uno dei complimenti pi sinceri che avessi mai ricevuto.
In un'altra vita sono sicuro che avrei fatto degli Stati Uniti la mia casa, ma ci  concessa soltanto una vita e per me l'America rimarr sempre quel vasto e ricco luogo fatto di persone e storie, in perenne mutamento e perenne crescita, che ha portato davvero molta gioia nella mia esistenza.
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CAPITOLO 16. QUESTA VITA DA SUB.
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La regola d'oro delle immersioni : Immergiti da solo, muori da solo. Sotto la superficie, con le onde che si frangevano sopra di me, capii di avere violato quella regola una volta di troppo.
A nove metri di profondit sotto le acque scintillanti dell'oceano Indiano controllai il manometro della mia bombola di ossigeno e guardai l'ago avanzare lentamente, ogni respiro che lo portava pi vicino allo zero. Era il 1995 e io, intrappolato sotto una cengia di corallo, stavo aspettando l ormai da troppo; il tempo, come sempre succede, stava per scadere. Lass, vagamente percepibile come un'ombra tremolante, Judith, la responsabile della mia tenuta alle Seychelles, era rimasta in paziente attesa sul nostro motoscafo, senza avere modo di sapere cosa stava succedendo sotto la superficie. Negli ultimi mesi aveva pilotato la barca per me in diverse occasioni, tenendo gli occhi aperti mentre io esploravo gli abissi marini senza che vi fossero altri sommozzatori in vista. Adoravo le immersioni, la mancanza di peso mi sembrava l'apice della libert, l'aggraziata agilit consentita dall'acqua rappresentava una fuga da arcigni vincoli terreni, e sono convinto che l'uomo si sia evoluto partendo dal mare, vista l'istintiva attrazione che proviamo per l'acqua; per me  come tornare a casa. L'immersione in solitaria mi attirava a livello ancora pi intimo, c' una certa purezza nell'isolamento, nella nuda solitudine in cui non si pu contare su nient'altro che la propria ingegnosit e il proprio istinto. Quello era il mio regno, non c'era nessun altro essere umano nel raggio di chilometri in qualsiasi direzione. Ma in quel caso non ero solo: tra il sottoscritto e la sicurezza dell'imbarcazione si frapponevano tre squali grigi del reef, lunghi circa un metro e ottanta dall'ampio muso minaccioso alla punta della coda. Puntini neri correvano lungo le loro pinne dorsali, ma a risultare pi inquietanti di qualsiasi altra cosa erano i buchi neri rappresentati dai loro occhi, simili a pezzi di carbone inseriti in una maschera di pietra grigia.
Quella dello squalo grigio del reef  la prima specie di squali in cui si sia mai riscontrato un comportamento minaccioso: adottano una postura ingobbita, abbassando le pinne pettorali e nuotando a zig-zag con movimenti accentuati quando si credono in pericolo e si stanno preparando ad attaccare. Sono noti per aver aggredito dei sub e sono incredibilmente veloci, riuscendo a sfrecciare in avanti come un arpione e a coprire una distanza di sei metri in un terzo di secondo.
Per il momento gli squali che giravano in tondo sopra di me si stavano crogiolando nell'acqua tiepida, placidamente indifferenti.
Non li avevo visti arrivare. Conoscevo quelle distese di coralli come le gole e la boscaglia di Leopard Rock, e vi andavo spesso per osservare la magica vita marina: pesci angelo e pesci pappagallo, cernie pavone e lutianidi. Un pesce in particolare, il pesce napoleone, di oltre duecento chili di peso, era diventato il mio primo fan sottomarino dal giorno in cui, lasciando cadere inavvertitamente un pezzo del mio pranzo al sacco, avevo scoperto la sua predilezione per le uova sode. Da quel momento in poi, ogni qual volta mi immergevo lui riusciva a scovarmi e veniva a implorare cibo come un fedele segugio. Il pesce napoleone ha labbra cos carnose da risultare quasi comiche, due righe nere sotto gli occhi e una gobba sulla fronte. Oltre all'aspetto bizzarro vanta colori che sembrano usciti da Disneyworld o da un film di animazione della Pixar: varia dal verdeazzurro al verde vivace e al blu violaceo e sfoggia un'incredibile iridescenza, un autentico tripudio di tinte brillanti.
Sapevo che gli squali grigi del reef pattugliavano quelle acque, ma non mi avevano mai dato fastidio n io avevo mai dato fastidio a loro, una situazione ottimale che desideravo mantenere invariata. Ma adesso rischiavano di violare il nostro tacito accordo, ficcanasando in giro con quella che mi sembrava una curiosit crescente, e quando controllai di nuovo la mia bombola vidi che mi restavano solo pochi minuti.
Non ero certo un novellino, sott'acqua, ma quando le sagome grigie degli squali oscurarono la luce proveniente dalla superficie cominciai a sentirmi tale. Avevo infranto la regola d'oro una volta di troppo e mi attravers la mente l'idea che stavo per diventare argomento di una notizia bomba: ROMANZIERE IMPRUDENTE VA INCONTRO A UNA MACABRA FINE IN UN
PARADISO INSULARE...
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Ho imparato a fare immersioni in Rhodesia, molto tempo prima che Il destino del leone trasformasse la mia vita. Le mie prime escursioni in profondit ebbero luogo nelle acque di un azzurro abbagliante delle Chinhoyi Caves, a nord di quella che all'epoca era Salisbury, un ampio e splendido sistema di grotte collegate fra loro che sott'acqua includono una rete di cunicoli che rappresentano una sfida persino per i sommozzatori provetti. In quelle grotte ci si pu immergere fino a cento metri di profondit, esplorando luoghi che non sono mai stati raggiunti dalla luce del sole. In seguito, guidato dalla passione per i coralli e la vita sottomarina, mi ero recato con alcuni amici nel canale del Mozambico per fare campeggio e immersioni, infilzare pesci e organizzare barbecue sulla spiaggia. Nel corso degli anni avevo ampliato sempre pi la mia gamma di esperienze. Stimolato dall'amicizia con il campione di immersioni sudafricano David Cohen avevo esplorato i relitti di navi da guerra che costellavano il fondale oceanico intorno alle lontane isole del Pacifico e quelli di velieri ancora pi antichi affondati nel Mediterraneo. Il mondo sottomarino  un regno ricco e meraviglioso, l'unico luogo che non potr mai venire mappato grazie ai satelliti, tuttora inesplorato come ai tempi di mio padre e di mio nonno prima di lui. Laggi potevi ancora essere un pioniere, ma nemmeno quel mondo era privo di pericoli.
Mi accovacciai sotto i coralli, tentando di risparmiare il fiato e di apparire il pi piccolo possibile per bocche affamate e denti affilati. Sopra di me gli squali abbassarono le pinne pettorali e, apparentemente ingobbiti, cominciarono a danzare da una parte all'altra, movimento che poteva significare soltanto una cosa.
La bombola era quasi vuota. Gli squali erano pronti ad attaccare, a infliggermi il genere di ferite di cui avevo letto solo su libri e giornali. Ma se c'era una cosa che sapevo era che non intendevo affatto morire sott'acqua, non senza lottare. La superficie distava solo nove metri. Con un po' di fortuna avrei potuto riemergere in fretta senza cadere vittima degli orrori della malattia da decompressione, ma prima dovevo arrivare lass tutto intero.
C'era solo un tragitto possibile, da dove mi trovavo: dovevo salire in verticale passando giusto in mezzo agli squali.
Inspirando l'ultima boccata d'aria mi lanciai fuori da sotto i coralli, puntai lo sguardo sulla luce soprastante e cominciai a salire, prima lentamente per non spaventare senza motivo i predatori e poi, dopo circa quattro metri, mi ritrovai al loro stesso livello, continuando a salire. Deciso a non lasciarmi ipnotizzare dall'intenso nero dei loro occhi distolsi lo sguardo, ma mi avevano visto: le sforbiciate delle mie pinne avevano attirato la loro attenzione, insieme ai getti di bollicine e acqua smossa che mi lasciavo dietro.
A pochi metri di distanza dalla superficie, la luce brillante cominci a danzare tutt'intorno a me. In qualche modo riuscii faticosamente a spingermi fuori dall'acqua e, strappandomi la maschera dal volto, inghiottii avidamente l'aria fresca. Il motoscafo distava solo qualche metro e iniziai a nuotare verso di esso utilizzando fino all'ultimo briciolo di energia rimastami, poi vidi Judith diventare nitida sopra di me e allungai la mano verso l'alto. Dopo pochi istanti mi issai sopra la fiancata. Steso sul ponte a braccia allargate mi accorsi che lei stava fissando gli abissi marini da cui ero appena affiorato.
Quando mi tirai in piedi mi indic l'acqua. Appena sotto la superficie si distinguevano le sagome grigie degli squali del reef. Mi avevano seguito, spieg Judith, spuntando fra le onde proprio mentre io mi arrampicavo affannosamente sulla barca.
"Judith,  ora di andare" le dissi con il tono pi controllato che mi usc. Fu l'ultima volta che mi immersi da solo.
Cap Colibri  la mia ex casa su un'isola esotica, una striscia di sabbia dorata sormontata da una fitta e lussureggiante vegetazione che spuntava dall'oceano.
Mi recavo nelle Seychelles ormai da diversi anni. Conoscevo le sfavillanti distese dell'oceano Indiano sin da quando ero bambino e pescavo con mio padre nello stesso canale del Mozambico in cui avrei un giorno ambientato il mio thriller marittimo Sulla rotta degli squali, ma l'idea di possedere un'isola in quell'oceano era sempre stata un sogno irrealizzabile. Continuavo per a tornarvi, all'inizio per soddisfare la mia passione per la pesca sportiva, dato che l'oceano Indiano vanta alcuni dei pi spettacolari terreni di pesca del mondo, con una profusione di marlin neri, pesci vela e maccarelli reali. In seguito vi andai per immergermi nelle acque cristalline e ammirare di persona la fantasmagoria di coralli annidati sotto la superficie. Quando la mia carriera di scrittore decoll, le Seychelles divennero un rifugio, un luogo in cui andavo per staccare da qualsiasi romanzo su cui stessi lavorando, per recuperare le forze prima di tornare a lottare con la vicenda.
Nel 1989 divenni l'orgoglioso proprietario di un appezzamento di undici ettari sulla punta meridionale dell'isola di Cerf, nelle Seychelles, parte del parco nazionale marino di Sainte Anne, una serie di isole circondate dalla barriera corallina a ovest di Mah. Non dimenticher mai la prima volta in cui avvistai Cap Colibri. La spiaggia incontaminata era bordata da una giungla impenetrabile e mentre mi avvicinavo alla nostra nuova casa mi sentivo un novello Robinson Crusoe, aprendomi un varco nella vegetazione grazie a un machete. Quello era un angolo di mondo che, come Leopard Rock, avrebbe rappresentato il mio rifugio dal caos della vita quotidiana. Ma, soprattutto, era un'isola avvolta dal mistero e dotata una storia molto eccitante.
Arrivando a Cap Colibri trovammo la spiaggia e la terra intorno alla nostra tenuta costellate di buche e piccoli crateri. Pi esploravamo l'isola e pi ne trovavamo, alcune nascoste dalla vegetazione, altre in piena vista. Non erano opera di roditori locali bens di badili e vanghe. Un pescatore che abitava l ce ne svel il segreto: un tempo l'isola di Cerf era stata un covo di pirati e girava ancora voce che vi fossero stati sepolti ricchi tesori, e spesso arrivavano viaggiatori decisi a trovarli. Ci che avevamo visto era la prova della sete umana di oro sepolto.
Nessuno aveva mai trovato il tesoro dell'isola ma il precedente proprietario della nostra tenuta aveva scoperto a quali estremi possano spingersi gli uomini disperati, nella loro brama di ricchezze. Si era sparsa la voce che avesse trovato il tesoro per poi nasconderlo senza dirlo ad anima viva. I pescatori locali sostenevano che era seduto su un'autentica fortuna, e l nella zona alcuni sguardi avidi cominciarono ad appuntarsi su di lui.
La diceria era infondata ma una delle isole vicine ospitava un penitenziario e, durante una notte di luna piena, venne architettato un piano. Rubata una barca, alcuni detenuti raggiunsero l'isola di Cerf e si introdussero nella casa che adesso ci apparteneva. Legarono il proprietario, lo minacciarono e torturarono, ma lui non pot dire loro dov'era nascosto il tesoro perch non lo sapeva. La verit era che quella del tesoro era una leggenda che aveva cominciato a vivere di vita propria. Gli evasi lo uccisero in casa sua e fuggirono senza nemmeno una moneta d'oro.
Non era l'unica storia sui pirati e un tesoro leggendario che infestasse quelle acque, ed era un altro mito locale che avrebbe ispirato la terza serie dei Courtney, piantando i semi del romanzo che un giorno sarebbe diventato Uccelli da preda.
La leggenda vuole che nelle Seychelles sia sepolto un tesoro segreto, ma che nessuno sappia dove guardare. Un tempo quel gruppo di isole lontane dall'autorit degli inglesi o di qualunque altro impero era stato un regno di pirati dove gli uomini potevano fare ci che volevano e la parola di un capitano era legge. Il mito del tesoro delle Seychelles scaturiva dalle prodezze autentiche di Olivier Levasseur, pirata francese pi comunemente noto come La Poiana, in francese La Buse. Nato in una famiglia borghese nel 1688 divenne ufficiale di marina prima di ottenere, durante la guerra di successione spagnola, una lettera di corsa da re Luigi XIV che in realt rappresentava l'autorizzazione reale ad attaccare le navi spagnole come corsaro, un mercenario dei mari. Al termine della guerra Levasseur ricevette l'ordine di tornare a casa con la sua nave e il suo equipaggio, ma lui era di diverso avviso. Amava la sua esistenza da corsaro e non aveva alcuna intenzione di cambiare stile di vita. Le ricchezze che aveva razziato sulle navi spagnole erano troppo allettanti per poterle ignorare, cos oltrepass il limite diventando un fuorilegge e un pirata. Si diede ai saccheggi veleggiando lungo la costa occidentale dell'Africa prima di spostarsi a est, nell'oceano Indiano.
A quel punto era cieco da un occhio, sopra il quale portava una benda. Dopo essersi alleato con due colleghi inglesi, Edward England e John Taylor, si imbarc in una campagna di ruberie senza eguali negli annali della pirateria. Con l'aiuto dei due soci cattur una delle navi del Gran Mogol cariche di ricchezze che portavano i pellegrini alla Mecca, comp numerosi saccheggi nelle isole Laccadive nell'oceano Indiano e vendette il bottino a mercanti olandesi. Con l'aumentare del suo patrimonio crebbe anche la sua baldanza come capitano dei pirati. Gli spietati Levasseur e Taylor accusarono England di essere troppo compassionevole, cos lo abbandonarono a Mauritius e si dedicarono a quello che venne salutato come il pi grande atto di pirateria della storia, la cattura del galeone portoghese La vergine del Capo che stava portando a Lisbona il vescovo di Goa e il vicer del Portogallo ed era carico di lingotti d'oro e d'argento, inestimabili opere d'arte, perle, diamanti e sete, oltre a trasportare la Croce fiammeggiante di Goa, uno spettacolare manufatto d'oro alto due metri e ornato di smeraldi, diamanti e rubini, talmente pesante che servirono tre degli uomini di Levasseur per spostarla. L'equipaggio della nave portoghese si arrese senza lottare, i cannoni gi persi in mare durante una tempesta, e secondo le stime il valore complessivo del tesoro equivaleva a un miliardo di sterline britanniche odierne, un bottino talmente enorme che i pirati, ormai i pi ricchi di tutti i Sette Mari, poterono permettersi un atto di misericordia: lasciarono incolumi i passeggeri e si allontanarono nel tramonto.
Il saccheggio del galeone ebbe ripercussioni sull'intero mondo marittimo. Levasseur era ormai cos temuto che il governatore dell'isola di Reunion, a est del Madagascar, tent di fungere da intermediario per un'amnistia riguardante tutti i pirati dell'oceano Indiano. Ma lui pensava che il prezzo fosse troppo alto e non si present ai colloqui, stabilendosi in gran segreto proprio dove a quel punto mi trovavo io, nel cuore delle Seychelles. L seppell il suo tesoro e tent di condurre un'esistenza pacifica, ma il passato lo raggiunse. Levasseur mor il 7 luglio 1730, senza mai pentirsi, ma mentre gli veniva infilato il cappio al collo fece una dichiarazione che avrebbe echeggiato lungo i secoli, rendendo immortale la sua leggenda. "Chi riesce a capirlo trovi il mio tesoro!" esclam subito prima di lanciare fra la folla una collana che nascondeva un crittogramma di diciassette righe.
Il suo gesto ispir generazioni di cacciatori di tesori come quelli che avevano bucherellato le spiagge dell'isola di Cerf e cattur anche l'immaginazione di vari scrittori: la sua vicenda lasci un'impressione duratura su Robert Louis Stevenson, il cui L'isola del tesoro  un classico del suo genere. Basil Rathbone interpret il pirata francese nel film del 1935 con Errol Flynn Capitan Blood. Levasseur mi spinse a tornare sui Courtney e a immaginare come dovesse essere stata la vita dei loro antenati mentre solcavano i suoi stessi mari nell'epoca d'oro della pirateria.
Quell'isola magnifica, incontaminata, era un luogo ideale in cui assaporare la solitudine. Aveva una storia affascinante ed esuberante, e si poteva percepire la sua vitalit ovunque, dalle baie assolate ai promontori rivestiti di giungla. Aveva gi generato alcune leggende, adesso avrebbe dato vita a favole tutte mie.
Nella tipica maniera alla Smith, la tenuta di Cap Colibri cominci in piccolo ma crebbe con il passare degli anni. Inizi con un'abitazione costruita nello stile tradizionale delle Seychelles, dotata di una profonda veranda ombreggiata che girava tutt'intorno, una vasta zona living a pianta aperta, quattro camere da letto e tre bagni, una cucina e un retrocucina. Poi costruimmo una casetta con due stanze da letto per il guardiano notturno e una con tre camere per la governante e altri domestici. Conservammo gli alberi originali, dalle sequoie e dai mango alle araucarie e ai banani, conferendo un carattere esotico all'ambiente, e costruimmo un edificio a s stante dotato di aria condizionata che avrebbe ospitato il mio studio. Una miriade di gechi, raganelle e camaleonti si accompagnava agli uccelli dai colori brillanti, trasformando in realt l'isola paradisiaca delle nostre fantasie.
Cap Colibri era un posto unico in cui riposare e leggere. Sembrava incoraggiare la contemplazione. Guardando verso il mare c'erano ben poche distrazioni. Quando restavo seduto alla scrivania per scrivere Il dio del fiume potevo perdermi nei deserti dell'antico Egitto, quando lavoravo a Uccelli da preda annusavo e respiravo la stessa aria di Hal e Francis Courtney. Avrebbero potuto costruire file di alti condomini senza che io me ne accorgessi, perch il mio sguardo poteva spaziare senza ostacoli. La propriet veniva tenuta sempre pronta e potevo andarci portando con me solo una ventiquattrore e un dischetto con il mio lavoro ogni qual volta ne sentivo il bisogno.
Il pesce abbondava nelle acque intorno all'isola di Cerf. Uscivo per pescare un tonno di medie dimensioni solo per ritrovarmi con un marlin nero attaccato alla lenza. Il mio barcaiolo part-time, Jean-Claude, si definiva un pcheur dangereux, un pescatore pericoloso, e ogni volta mi portava in un luogo segreto dove pescavamo dei magnifici lutiani rossi o cernie. Facevo immersioni ogni volta che potevo. Le barriere coralline delle Seychelles, ampi edifici di corallo, brulicano di forme di vita. Esploravo anche i numerosi relitti come quello della RFA ENNERDALE, una nave cisterna della Seconda guerra mondiale arenatasi al largo di Port
Victoria nel luglio del 1970 dopo aver consegnato il petrolio alle navi della Royal Navy che pattugliavano il canale di Suez. Si trovava a una profondit tale da essere facilmente raggiungibile, ma di solito ero l'unico a nuotare nel relitto, esplorando il mio regno privato.
L'isola di Cerf diede ben presto origine a ricordi indimenticabili: il Natale a Cap Colibri, poi il mio compleanno in gennaio, circondato da familiari e amici; lunghi giorni per mare dedicati alla pesca e alle immersioni o giornate pigre trascorse al sole e seguite da barbecue sulla spiaggia o vino intorno a un fal. Non dimenticher mai il piacere di restarmene seduto sotto la mia palma, con un whisky in mano, a osservare un tramonto color oro brunito sopra la laguna. Quei giorni furono davvero inestimabili e qualche volta sono costretto a darmi un pizzicotto perch non riesco a credere di averli vissuti davvero e che non fossero soltanto un sogno.
Pi e pi volte il fato e la buona sorte hanno modificato la direzione della mia vita ma talvolta, quando le stelle si allineano, incontri una persona capace di oscurare ogni storia mai raccontata.  quello che  successo a me alla vigilia del nuovo millennio, quando Mokhiniso Rakhimova  entrata per caso nella mia vita.
Londra era grigia, il giorno in cui la mia vita  cambiata per sempre. Era il periodo dell'anno in cui muta la stagione e io mi accingevo a partire per la Spagna, dove sarei rimasto parecchi giorni per partecipare alla caccia alla pernice annuale a cui non mancavo mai. Per il momento ero da solo e stavo gironzolando senza meta. Era il 18 gennaio 2000 e mi ritrovai davanti alla libreria WHSmith di Sloane Square (adesso una boutique Hugo Boss). Ferma di fronte alla vetrina a guardare i libri esposti c'era forse la donna pi bella che avessi mai visto. Non riuscivo a toglierle gli occhi di dosso.
Qualcosa mi spinse a seguirla quando entr nella libreria. Mentre osservava gli scaffali presi un volume da un tavolo e tentai di leggerlo, ma continuavo a guardare verso di lei. Chi era?, mi chiedevo. Da dove veniva? Qual era la sua storia? Attratta dalle mensole dedicate a un autore mio concorrente stava sfogliando rapidamente le pagine per decidere quale romanzo comprare e fu a quel punto che colsi la palla al balzo. La salutai e dissi che mi dispiaceva disturbarla. Mi guard con disinvoltura, soppesandomi, e sorrise. Mentre avviavo la conversazione spieg che era una studentessa e che il suo tutor le aveva consigliato di comprare un lungo libro da leggere ad alta voce, il che l'avrebbe aiutata a migliorare il suo inglese. "Ho proprio quello che le serve" dissi, poi la presi per mano e la accompagnai verso la sezione del negozio riservata agli autori il cui cognome cominciava per S. "Ecco cosa dovrebbe leggere" aggiunsi. Di fronte a noi c'era una parete interamente occupata da miei romanzi, con la mia fotografia che campeggiava su un manifesto pubblicitario. Dubito che lei mi abbia riconosciuto in quella foto di diversi anni prima, perch non parve affatto colpita. Scelsi un libro, non ricordo quale, gliene comprai una copia e insistetti per autografarla. Mentre scribacchiavo il mio nome e cercavo di pensare a una dedica adatta, nella mente mi sfrecciarono frasi quali: Lei  la donna pi bella che io abbia mai incontrato e: Per favore, potremmo rivederci? Non sapevo cosa scrivere. E una vocina mi stava sussurrando: "Smith, non puoi lasciarti sfuggire questa occasione". Per la prima volta in vita mia ero senza parole e fui costretto a ricorrere a una vecchia e collaudata battuta. "Non ha fame?" chiesi.
Di l a breve stavamo pranzando al Caviar Kaspia di Mayfair (ormai chiuso). Avevo immaginato che non avrebbe rifiutato - in fondo era una studentessa - e divor una generosa porzione di ottimo caviale. Scoprii che il suo nome in persiano significa Pesce luna e che era nata in Tagikistan, stato che aveva fatto parte della ex Unione Sovietica. Si era laureata in legge all'universit di Mosca ed era venuta in Inghilterra per una vacanzalavoro, sperando di migliorare la sua padronanza dell'inglese.
Quando le raccontai di essere uno scrittore a tempo pieno replic che le dispiaceva che fossi quasi al verde, perch nell'ex Unione Sovietica gli scrittori erano degli spiantati. Non aveva mai sentito parlare di Wilbur Smith, il che mi rese felice. Fu l'inizio di una storia d'amore travolgente. Niso trasform di colpo la mia vita. Quello che l'esperienza mi aveva insegnato era che l'amore  tutto. Non esiste nulla di paragonabile al legame fra un uomo e una donna, che uniti hanno la forza di un esercito. Non aveva importanza che Niso fosse molto pi giovane di me, e apparentemente a lei non interessava. L'amore rende insignificante il tempo, cancella le differenze,  l'essenza del nostro essere e quando unisce due persone spazza via qualsiasi confine. Nella tradizione dei matrimoni combinati, in Tagikistan, non c'era nulla di male nel legarsi a un uomo pi vecchio, anzi, si tendeva a scegliere un marito con parecchi anni di pi perch capace di fornire sostentamento e protezione, di essere un compagno devoto e fedele. Ma nulla di tutto ci aveva importanza.
La mattina dopo, quando mi svegliai, capii di essermi innamorato.
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Ascoltate l'anima mia che parla: non appena vi vidi, vol il mio cuore da voi per servirvi.
William Shakespeare, La tempesta.
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Cinque mesi pi tardi, nel maggio del 2000, ci sposammo a Citt del Capo, presso il tribunale e con il mio avvocato come testimone.
Avevo fatto un investimento, scommesso sull'amore, ma sono stato ripagato profumatamente. Non ho mai avuto il minimo rimpianto. Sono stato ringiovanito in ogni modo possibile e in una maniera che non avrei mai immaginato.  molto eccitante vedere la vita attraverso gli occhi di una ragazza moderna, una donna intelligente, sensibile e generosa che  cos devota a me e a ci che il mondo ha da offrire. Mi trovavo in una fase della vita in cui stavo prendendo in seria considerazione l'idea di smettere di scrivere.
Niso mise subito fine alla cosa. "D'accordo, mio caro, chi sei adesso?" "Uno scrittore" risposi.
"Chi sarai quando andrai in pensione?" domand lei, e da allora, per i successivi diciotto anni la parola pensionamento  stata bandita dal nostro vocabolario.
Stava per iniziare un nuovo capitolo nella storia della mia vita.
Quando sei giovane vuoi conquistare il mondo, vuoi possedere ogni cosa, essere il padrone di tutto ci che vedi. Ma quando sei pi vecchio e la vita ti ha impartito le sue lezioni, desideri sbarazzarti di ci che non  indispensabile, liberarti di tutti i beni materiali possibile, in modo che la tua vita torni a essere pi essenziale e consolidata.
Fu cos che, dopo l'ingresso di Niso nella mia vita, aspettammo con ansia il nostro futuro insieme liberandoci del passato.
Dopo il mio incontro con gli squali grigi del reef avevo perso il gusto per le immersioni subacquee. Somigliava a quello che avevo provato mentre sorvolavo l'aerodromo di Citt del Capo molti anni prima: intuivo che se non mi fossi fermato sarei morto. Smisi di fare immersioni nel luglio del 2003. Un altro motivo per farlo fu che Niso era allergica ai coralli e ogni qual volta ci immergevamo riaffiorava con un eczema, simile a un leopardo rosa. Era arrivato il momento di salpare per l'ultima volta dall'isola di Cerf.
Leopard Rock era gi un ricordo del passato. Vendetti la tenuta a un uomo d'affari di Citt del Capo per una somma nettamente inferiore a quella che vi avevo investito, ma mi garantii l'usufrutto vita natural durante di un piccolo cottage nella propriet, inoltre ero felice di sapere che tutte le specie da me reintrodotte nella riserva avrebbero prosperato per generazioni. La vita stava cambiando, per me, e nuove eccitanti avventure mi aspettavano insieme a Niso.
Prima che lasciassi Cap Colibri, tuttavia, l'oceano Indiano mi fece un ultimo dono, Hector Cross.
La leggenda di Olivier Levasseur mi aveva fornito l'ispirazione per Uccelli da preda, ma fu un tipo di pirateria molto diverso a portare in vita Cross.
Era la fine di una lunga giornata di pesca e il sole stava tramontando sopra il porto di Victoria, sulla costa nord-orientale di Mah. Il porto brulicava di panfili e barche da pesca di ritorno dal mare aperto e mentre Jean-Claude, il mio pescatore pericoloso, ci portava verso di esso notai una piccola imbarcazione che procedeva in senso opposto, andando contro la marea per lasciare il porto. Era un dinghy gonfiabile con uno sputacchiante motore fuoribordo e solo quando si avvicin riuscii a distinguere gli uomini che trasportava.
Era carico di taniche di carburante e alte pile di provviste assicurate da funi fra le quali erano ritti alcuni uomini dagli occhi freddi come il ghiaccio. All'inizio trovai strano che puntassero verso il mare proprio al calar delle tenebre, ma alzai comunque una mano in un comune gesto di saluto. Nessuno di loro mosse un solo muscolo. Nessuno ricambi il mio saluto, una violazione dell'etichetta che mi colse alla sprovvista. Poi, lentamente, l'uomo a poppa incroci il mio sguardo; era impassibile, gli occhi privi di vita, spenti e vitrei come quelli di un pesce portato a riva da lungo tempo. Avevo gi visto occhi cos freddi e minacciosi soltanto una volta, quando da ragazzo mi ero ritrovato faccia a faccia con il mamba nero, accanto alla cisterna dell'acqua nel ranch di mio padre.
Il dinghy ci oltrepass, scomparendo nel crepuscolo. Mi voltai a guardare Jean-Claude, che parve indovinare cosa stavo pensando.
"Somali" disse. "Pirati, Wilbur. Sono entrati nel porto per fare rifornimento. La loro nave  fuori in mare, da qualche parte."
Mi girai verso l'oceano da cui eravamo arrivati. Nemmeno una volta, mentre gettavo la lenza, avevo pensato all'altro tipo di uomini che solcavano quelle acque. Ma Jean-Claude era fermamente convinto che se ci fossimo trovati in un luogo leggermente diverso o li avessimo incontrati in un'altra occasione la nostra giornata sarebbe potuta finire male. Spieg che i pirati non saccheggiavano pi i porti come quello di Victoria ma si guadagnavano da vivere prendendo ostaggi e chiedendo poi un riscatto, azioni terroristiche messe in atto davanti agli occhi del mondo intero.
Non dimenticher mai il modo in cui quell'uomo mi guard, i suoi occhi che perforavano i miei, cecando di stabilire il mio valore economico, calcolando quale profitto avrei potuto garantirgli. Mi raggel fin nel profondo. Una notte, alcuni anni dopo, cominciai a pensare alla trama del mio romanzo seguente e a immaginare l'erede di una delle societ petrolifere pi potenti del mondo che cadeva nelle mani di uomini come quello. Mi raffigurai la serrata interazione di richieste di riscatto e negoziati per la liberazione dell'ostaggio. Pensai a un ex agente delle SAS diventato proprietario di un'agenzia di sicurezza privata che si vede assegnare un'ultima missione: combattere i pirati e farsi giustizia da solo. Si sarebbe chiamato Hector Cross, decisi, e sarebbe stato il mio nuovo eroe.
Conoscevo bene la Somalia. Rimane un luogo affascinante non per i suoi signori della guerra che si scontrano in uno stato il cui fallimento ha raggiunto proporzioni epiche n perch un giorno i suoi soldati disorganizzati abbatterono un elicottero da attacco statunitense a Mogadiscio, vicenda immortalata nel film Black Hawk Down, bens grazie alla sua affascinante storia antica. Oltre a possedere la costa pi lunga dell'Africa, la Somalia era anche il primo luogo africano con una chiara influenza islamica, dovuta ad alcuni dei seguaci originari di Maometto in fuga dalla persecuzione nell'Arabia Saudita odierna. Un tempo era stata un importante crocevia commerciale, la sede della leggendaria Terra di Punt, intima alleata dell'antico Egitto nel commercio, ed era un luogo di cui avevo scritto gi all'epoca di L'uccello del sole. Durante il Medioevo i regni somali avevano dominato la regione solo per essere successivamente respinti dagli inglesi e dagli italiani giunti per colonizzare la costa. Mohammed Abdullah Hassan, ricordato dagli inglesi come Mullah Pazzo, mise in atto una ventennale campagna di guerriglia contro di loro, costringendoli a costruire fortini e dedicarsi al genere di controguerriglia inaugurato in Sudafrica durante la guerra boera. Dopo che la Somalia negli anni Sessanta ottenne l'indipendenza, divent rapidamente una dittatura militare e dal 1991 venne fagocitata da una guerra civile che dur dieci anni. Oggigiorno  un paese in piena ricostruzione ma ancora frenato da impenitenti signori della guerra che gestiscono i propri feudi e offrono costantemente aiuto a pirati come quelli di cui avevo incrociato la strada.
La legge del deserto doveva essere il mio tentativo di comprendere la pirateria contemporanea e scandagliare l'animo degli uomini dagli occhi spenti che quel giorno mi avevano osservato dal loro dinghy gonfiabile. La pirateria dei giorni nostri  un enorme affare organizzato. Nel 2011, anno di pubblicazione de La legge del deserto, i pirati somali incassarono riscatti per un valore di 160 milioni di dollari, compresi i 13,5 milioni di sterline pagati per la liberazione della petroliera greca Irene sl, e in totale presero in ostaggio 1118 persone, trattenendole quasi tutte per pi di sei mesi consecutivi. A dispetto di un massiccio sforzo internazionale per pattugliare l'oceano Indiano succede tuttora che degli occidentali, compresi marinai sudafricani, vengano presi in ostaggio. I mari sono ci che sono sempre stati, una nazione a s stante dove non vigono le leggi della civilt.
I pirati che infestano quei mari stanno sviluppando nuove tattiche, modificando le regole di ingaggio. Si avvalgono di sofisticate apparecchiature radar e usano conti bancari off-shore invece di isole deserte per nascondere il bottino. Si pensa comunemente che il periodo d'oro della pirateria sia una romantica epoca ormai passata ma in Somalia, paese in cui i giovani crescono con ben poche opportunit economiche, i pirati odierni godono di parecchia stima e agli occhi di ragazzi che aspirano al loro stile di vita sono affascinanti ed eroici ribelli che si oppongono al sistema. Ne La legge del deserto volevo sfatare simili convinzioni, mostrare i pirati somali per ci che sono, ossia spietati criminali, persone prive di qualsiasi umanit. Come avrei appreso studiando i resoconti di incontri con costoro mentre davo vita alla vicenda di Hector Cross, sono dei professionisti. Se vieni rapito al largo del Corno d'Africa ti conviene stare tranquillo: verrai liberato oppure ucciso, e in veste di prigioniero non hai alcun controllo sulla cosa. I tentativi di fuga vengono invariabilmente puniti con sommarie e spietate esecuzioni.
Ne La legge del deserto i pirati somali rapiscono la viziata e bellissima figlia di una baronessa del petrolio chiedendo un riscatto di 20 miliardi di dollari per liberarla. Con il tempo che sta per scadere e la vita della figlia in gioco, Hazel Bannock si vede costretta a chiedere aiuto all'uomo responsabile del suo servizio di sicurezza. Insieme decidono di farsi giustizia da soli.
Era anche un libro sul rapporto fra un uomo estremamente tenace e una donna altrettanto formidabile. Ho dato a Cross il nome di Hector in onore del grande eroe dell'Iliade, Ettore, e come molti miei protagonisti  un soldato professionista, attualmente a capo di un'agenzia di sicurezza privata internazionale. Ho basato lui e i personaggi secondari alle sue dipendenze sui profili di uomini che avevo conosciuto e che svolgevano la loro micidiale attivit in Afghanistan, nel Golfo, in Sudamerica e in Africa Centrale. Ho parlato con loro e ne ho ascoltato i racconti sull'oscuro business della guerra e, anche se non potr mai riconoscere pubblicamente le idee che mi hanno fornito n riferire le storie che mi hanno rivelato, hanno trovato una voce nel mio protagonista abile e duro come l'acciaio.
Avevo scritto di uomini forti per tutta la vita, ma con La legge del deserto nella mia immaginazione entr un altro personaggio che avrebbe controbilanciato energicamente Cross. Decisi che l fuori c'erano abbastanza uomini duri e cominciavo a pensare che oggigiorno, come recita il titolo del romanzo di Norman Mailer del 1984, I duri non ballano. Era ora di inventare qualche nuovo passo sulla pista da ballo, far s che i miei ragazzi saltassero e cantassero un po' pi sonoramente seguendo una melodia diversa. Ho sempre rispettato il potere delle donne e adoravo la sfida di tratteggiare un personaggio femminile forte e credibile. Centaine Courtney era stata la prima della serie, ma ormai mi serviva qualcosa di pi, un'eroina intelligente e competente quanto l'eroe, altrettanto implacabile nel perseguire la vittoria e altrettanto capace nell'affrontare i cattivi.
Trovo affascinanti le donne forti, ne apprezzo l'indipendenza, l'autonomia e la fiducia in se stesse. Mia madre Elfreda era, a suo modo, resiliente come mio padre e, credo, molto pi indistruttibile.  la madre a tenere unita la famiglia, e lo stesso vale per i paesi, per le nazioni stesse. Per creare Hazel Bannock mi sarei ispirato a una lunga serie di donne che andavano dalla regina Boadicea dell'antica Britannia a Indira Gandhi, Margaret Thatcher, Angela Merkel e la regina Elisabetta.
Margaret Thatcher, universalmente nota come Lady di Ferro, era decisa a dimostrarsi sempre la numero uno, la migliore in qualsiasi attivit a cui si dedicasse. Ricordo quando andai nel magazzino di Basingstoke del mio editore Macmillan per autografare un gran numero di copie del mio ultimo romanzo prima che venissero distribuite nelle librerie. Mi sedetti a un tavolo e ne firmai tremila. Dieci giorni pi tardi Maggie Thatcher and nello stesso magazzino per autografare il suo libro, credo fosse il primo volume della sua autobiografia. "Oh, la settimana scorsa  venuto Wilbur Smith" le disse il personale, al che lei si accigli e chiese: "Quanti libri ha autografato?". Quando si sent rispondere: "Tremila, che sono davvero parecchi!", li guard e disse: "Portatemene quattromila!".  questo il genere di spirito che amavo e che volevo attribuire al personaggio di Hazel
Bannock, rendendola in grado di tenere testa a Hector Cross.
Quell'indomabile determinazione sarebbe diventata il cuore del romanzo.
L'azzardo pag. La legge del deserto occup per diverse settimane il primo posto nella classifica dei bestseller del Sunday Times, con l'ennesima cospicua vendita nella prima settimana. Il suo successo fu considerato una prova del fatto che i libri rilegati potevano ancora sopravvivere in un'epoca di e-book e di minacce alle tradizionali catene di librerie; a risultare particolarmente incoraggiante per qualcuno come me, che aveva iniziato la carriera cinquant'anni prima con carta e penna in un'epoca antecedente i computer e la comunicazione istantanea, fu che arriv in cima alla classifica Apple degli e-book.
Un giorno i Courtney avevano cambiato la mia vita, offrendomi una carriera che avrei soltanto potuto sognare, poi erano arrivati Ben Kazin e Taita a mostrarmi che gli eroi non dovevano per forza essere erculei uomini d'azione. A quel punto, con La legge del deserto, diedi voce alla fiducia e all'ammirazione che provavo da sempre verso le donne che occupano il centro del palcoscenico. Quel romanzo dimostrava che i miei giorni come creatore di nuovi personaggi e nuove storie non erano ancora finiti. Quando un capitolo della vita si chiude se ne apre sempre un altro.
Potevo anche essermi lasciato alle spalle l'oceano Indiano, ma con Hector Cross mi avrebbe seguito ovunque andassi.
Per un po' Niso e io trascorremmo del tempo in Svizzera. Amavamo entrambi sciare, dopo che le feci conoscere lo sport, cos nel 2001 comprammo un appartamento nel paesino di Davos, dove ero andato a sciare ogni anno per un quarto di secolo. La Svizzera  splendida, gli inverni sono un meraviglioso paese delle fiabe e lo sci inebriante. Ma nel 2007 smisi di sciare, ascoltando una vocina nella mia testa che diceva: "Wilbur, se hai pi di settantacinque anni e stai sciando sei un idiota, perch ti romperai sicuramente qualcosa e dopo quell'et le fratture non guariscono cos facilmente". Niso  tutt'altra faccenda.  come una pallina di gomma: cade, si rialza subito e si lancia nuovamente gi per la pista.
Conosce soltanto un'unica velocit, ossia a tutta birra, dritta gi per la pista senza mai curvare n rallentare. Soltanto una cosa riesce a distrarla, il suo amore per i bambini. Una volta, quando io sciavo ancora e lei aveva appena iniziato, la esortai a seguirmi gi per la montagna e partimmo. Ero arrivato a circa met discesa quando mi voltai e la vidi molto pi indietro: era stata distratta da un gruppo di bambini, una ventina, in gita scolastica. E mentre loro parlavano a pi non posso lei acquist velocit. Alla fine la chiamai: "Niso, Niso", e lei replic: "Arrivo, arrivo". E lo fece davvero, piombandomi addosso e scaraventandomi a terra, gli attacchi degli sci che si sganciavano.
Quando ci rialzammo e ci togliemmo di dosso la neve dissi: "Ascolta,  meglio che tu continui la discesa da sola, io ho gli attacchi rotti, vengo gi a piedi". Non volle saperne. "No" ribatt, "se tu cammini lo far anch'io."  una persona davvero altruista, ed  in momenti del genere che ti rendi conto del motivo per cui ami qualcuno incondizionatamente. E capisci come mai le persone scendano dalle montagne sciando: non  affatto divertente arrancare fra la neve alta fino al ginocchio portando gli sci in spalla. Senti di avere la stessa dignit di un mammut preistorico.
La Svizzera non  lontana da Parigi, che ho sempre amato. Lo chalet a Davos ci consentiva di fare un salto oltreconfine, nella Francia Orientale, per fare scorta di ottimi vini, formaggi e altri prodotti locali. Ho sempre trovato i francesi, al di fuori delle grandi citt cosmopolite, estremamente cordiali e amichevoli. Niso e io andavamo di frequente in bicicletta sulle tranquille stradine e spesso, quando ci fermavamo a riprendere fiato, una madame usciva da casa sua per offrirci dell'acqua o solo per passare il tempo. Ma nulla batte la cultura a Parigi ed entrambi adoriamo visitare il Muse d'Orsay per poi concederci anatra e frutti di mare crudi al La
Cupole, dov'era solito mangiare Hemingway. In alternativa, al La Mditerrane sulla Rive Gauche servono piatti a base di cozze e bouillabaisse squisiti, naturalmente accompagnati da ottimo vino francese e cognac.
Attualmente  a Londra che viviamo per gran parte dell'anno, ma durante l'estate del 2002 abbiamo abitato in Irlanda, in un villaggio chiamato Midleton, nei pressi di Cork. Gli irlandesi hanno un atteggiamento molto positivo verso gli scrittori e gli artisti, ma n Niso n io riuscivamo a sopportare il clima e li trovavamo leggermente sconcertanti. Un giorno Niso si annoiava a morte cos le consigliai di andare a vedere la Blarney Stone* e quando chiese cosa fosse glielo spiegai. Usc ma si perse, cos svolt in una stradina laterale e, vedendo sopra un edificio il cartello che lo identificava come stazione di servizio ed emporio, parcheggi ed entr a chiedere indicazioni.
Dietro il bancone c'era una donna. "Sa dov' Blarney Castle?" chiese Niso. "S" rispose la donna, poi rimase in silenzio. "Be', pu dirmi dove si trova?" le domand allora Niso, e lei ribatt: "Oh, pensavo mi avesse chiesto se sapevo dov'era". Vi fu un altro lungo silenzio, cos Niso ritent. "Se sa dove si trova vorrei che me lo dicesse. Pu spiegarmi come raggiungerlo?"
"Dov' la sua auto?" chiese la donna. Niso gliela indic e disse: "Eccola l, davanti a questo negozio". La donna replic: "Be', allora lei non pu arrivare al castello" e quando si sent chiedere come mai aggiunse: "Perch l'auto  rivolta nella direzione sbagliata". Cos Niso domand: "Se giro l'auto posso arrivare al castello?" e la donna rispose di s.
L'intero dialogo, naturalmente, fu recitato con un accento irlandese da music hall.
Vi fu poi la volta in cui Niso usc per comprare dei cavoletti di Bruxelles. Entr dal fruttivendolo e chiese: "Ha dei cavoletti di Bruxelles?".
" Natale?" domand l'uomo dietro il bancone.
"No, mancano ancora sei mesi" disse lei.
"Be', allora non ci sono cavoletti di Bruxelles" replic lui. "Arrivano solo a Natale."
Non pass molto tempo prima che l'attrattiva del paesaggio verde smeraldo, di solito velato dalla pioggia, si esaurisse del tutto e noi andassimo a cercare una casa a Londra.
* Cosiddetta pietra dell'eloquenza conservata nell'omonimo castello e capace, secondo la leggenda, di donare l'eloquenza a chiunque la baci. (N.d.T.)
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CAPITOLO 17. QUESTA VITA DA SCRITTORE.
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Ai reading o agli eventi promozionali mi chiedono spesso: "Wilbur, ho scritto un romanzo, come posso farlo pubblicare?". Credo che la risposta sia insistere, non arrendersi mai o, come ha detto Samuel Beckett, "Fallisci ancora. Fallisci meglio". Naturalmente c' la fortuna, che in larga parte non dipende da noi, ma sono convinto che possiamo determinare la nostra sorte dedicandoci cos strenuamente a ci che vogliamo ottenere da trasformare la possibilit in probabilit. E c' l'alchimia umana, trovare le persone che amano ci che fai e ti mettono in grado di farlo.
Devi trovare un agente che capisce il tuo lavoro e riesce a gestire gli intricati percorsi fino all'editore e alla casa editrice giusti per il tuo libro. Spedii il mio primo romanzo, The Gods First Make Mad, a diversi agenti letterari e molte copie del manoscritto mi furono rimandate senza venire nemmeno lette. Lo sapevo perch avevo messo minuscole goccioline di colla fra alcune pagine per vedere se sarebbero tornate indietro staccate, ed erano ancora incollate insieme. Ma un'agente, Ursula Winant a Londra, vide qualcosa di promettente nel mio lavoro, accett di rappresentarmi e scommise su di me. Invi il mio romanzo a venti-trenta case editrici di spicco e collezion quasi altrettanti rifiuti. Sembrava che la mia carriera come autore di bestseller si fosse schiantata in fase di decollo.
Il rifiuto  una delle esperienze pi sgradevoli della vita.  come essere rapinato in una notte buia e venire lasciato l pesto e contuso, incapace di contrattaccare. Si  soli, costretti a sopportare il peso della sconfitta totale. Il mio consiglio  di trasformare il tutto in uno sprone, rimettersi in piedi e farsi un po' di muscoli, rafforzare baldanza, determinazione, ambizione: fallire meglio, insomma.
Dopo un anno Ursula mi contatt di nuovo per chiedermi del mio nuovo romanzo. Rimasi sbalordito scoprendola cos incoraggiante e ricominciai a scrivere, quella volta di ci che conoscevo. Non appena terminato Il destino del leone glielo mandai e lei fu davvero magnifica, se ne innamor e mi telefon per dirmelo. Si accingeva a dare battaglia per me. Conosceva da vent'anni Charles Pick della casa editrice William Heinemann. Come ho gi detto, Charles rappresentava una speciale miscela di innovazione ed esperienza, conosceva l'attivit editoriale fin nei minimi dettagli. Cominci a sedici anni come fattorino alla Victor Gollancz e in seguito venne assunto nel settore vendite. Poco dopo tent di vendere a una libreria di Hampstead un magnifico nuovo libro intitolato Giorni in Birmania di un autore chiamato George Orwell. In piedi dietro il bancone a ribattere al suo discorsetto da imbonitore c'era un commesso part-time di nome Eric Blair, che ammise di conoscere benissimo Orwell... Era lui.
Il particolare talento di Charles era la capacit di lavorare con una vasta gamma di autori diversi e farli diventare nomi celebri. Pubblic, fra gli altri, J.B. Priestley, Paul Gallico e Monica Dickens, pronipote di Charles Dickens.
Ursula era decisa a far s che diventasse lui il mio editore.
Gli telefon e cominci subito a perorare la mia causa, spiegando di aver appena letto un magnifico manoscritto di cui si sarebbe sicuramente innamorato. Lui tentenn: aveva gi sentito parecchie volte simili discorsi da parte degli agenti, ma conosceva il gusto di Ursula e se ne fidava. Cap che lei diceva sul serio quando le sent avanzare alcune richieste oltraggiose. Ursula afferm che gli avrebbe inviato il manoscritto solo a tre condizioni: voleva un anticipo di 500 sterline, una prima tiratura garantita di cinquemila copie e la pubblicazione entro Natale.
"Non posso pronunciarmi su queste condizioni finch non ho letto il romanzo" replic lui.
Ursula gli mand Il destino del leone, Charles lo lesse quel fine settimana e rimase affascinato dal primo capitolo. Il luned mattina pass il manoscritto a Tim Manderson, il direttore vendite della Heinemann, che aveva letto fiction di ogni genere e che l'indomani entr nell'ufficio di Charles esclamando: "Che splendido romanzo! Dobbiamo pubblicarlo, chiama subito l'agente!".
Charles telefon a Ursula dicendo: "Il libro  proprio come lo hai descritto. Non possiamo pubblicarlo prima di Natale ma lo faremo a febbraio, un mese molto meno affollato per la nuova fiction. Quanto alle altre due condizioni, non intendo offrirti le 500 sterline che hai suggerito perch il libro merita un anticipo di 1000, e la tua richiesta per la tiratura iniziale  troppo modesta, partiremo con diecimila copie!".
Credo che Ursula abbia rischiato di cadere dalla sedia.
Ben presto a Salisbury arriv una lettera con cui Charles mi faceva le congratulazioni per il romanzo. Erano parole che aspettavo di sentire sin dai tempi di The Monarch of the Ilungu: la conferma che come scrittore potevo ancora farcela. Risposi a giro di posta, dicendogli che ero felicissimo e che sarei andato a trovarlo in Inghilterra alla prima opportunit. Cominci cos uno dei rapporti privati e professionali pi appaganti della mia vita.
Pubblicare  un lavoro di squadra e i giocatori erano gi in posizione per presentare al mondo Il destino del leone.
Quando arriv il giorno della pubblicazione ne avevamo gi ristampate altre diecimila copie, arrivando cos a un totale di ventimila.
Non appena i contratti vennero firmati e io ricevetti l'anticipo presi un aereo per l'Inghilterra, visitando per la prima volta il paese che un giorno avrei definito casa mia. Fui ospite della famiglia di Charles a Lindfield, sotto le South Downs nei pressi di Brighton, forgiando un'amicizia che  durata per una vita intera.
Nato l'anno in cui era finita la Grande guerra, Charles aveva quindici anni pi di me e aveva girato il mondo tanto quanto io speravo di fare un giorno. Aveva combattuto la sua guerra in Birmania, facendo parte della commissione sui crimini di guerra in Estremo Oriente di Mountbatten, un periodo che aveva accentuato il suo interesse per le culture diverse e per zone del mondo meno familiari. Era un esponente di quella rara genia di editori che sembrano agire basandosi sul mero istinto e, in un'epoca in cui i gusti dei direttori rappresentavano la linfa vitale di una casa editrice, era autorizzato a perseguire l'eccellenza letteraria ovunque riuscisse a individuarla. Era un editore severo, tirava fuori il meglio dai suoi autori esattamente come strappava le condizioni pi convenienti a librerie e mercati stranieri sparsi per il globo. Alcuni sostenevano che la sua rigorosa etica del lavoro fosse nata dopo che il padre aveva dichiarato bancarotta, quando lui aveva dieci anni; in ogni caso lo aveva trasformato in uno dei professionisti pi accorti del settore. La sua fiducia in me e nel mio lavoro fu davvero rivelatrice, e il suo incrollabile sostegno nel corso dei decenni avrebbe sempre rappresentato un'ancora di salvezza, per me.
A Lindfield conobbi suo figlio Martin, appena tornato da un periodo di volontariato in quello che ai tempi era il Bechuanaland, oggi Botswana; pur avendo solo diciannove anni aveva idee molto precise sull'Africa. Quella prima sera intavolammo un'animata discussione ma diversi anni pi tardi, quando mor Charles - che in seguito era diventato il mio agente letterario - fu chiaro che nessuno a parte Martin avrebbe potuto sostituirlo. A casa loro conobbi anche un'editrice francese, Thrse de Saint Phalle, che raccomand Il destino del leone alla Presse de la Cit di Parigi, che nel corso dei decenni successivi sarebbe diventata la mia casa editrice francese.
Charles e io parlavamo dall'ora di colazione fino a quella di andare a letto. Con pazienza ed entusiasmo lui condivise con me le sue conoscenze e la sua saggezza. Mentre passeggiavamo sulle Downs disse: "Hai scritto un libro,  un buon primo passo. Hai ancora parecchia strada da fare. Serve un decennio perch un autore si affermi. Esamineremo i tuoi progressi di anno in anno".
Mi consigli anche di scrivere solo delle cose che conosci bene.  grazie a lui che nei miei libri ho parlato soltanto dell'Africa. "Non scrivere per gli editori n per i tuoi presunti lettori. Scrivi unicamente per te stesso." Era una cosa che avevo imparato da solo, ma Charles me ne diede la conferma. Quando mi siedo a scrivere la prima pagina di un romanzo penso di rado a chi lo legger alla fine. Un altro suo consiglio essenziale fu: "Non parlare dei tuoi libri con nessuno, nemmeno con me, finch non sono scritti". Finch non  scritto, un libro  solo fumo nel vento, rischia di venire spazzato via da un'unica parola avventata. Mi siedo a scrivere i miei libri mentre altri aspiranti autori talvolta cancellano i loro a furia di parlare.
Alla fine disse: "Dedicati alla tua vocazione ma leggi molto e osserva il mondo intorno a te, viaggia e vivi la vita fino in fondo, cos da avere sempre qualcosa di nuovo di cui scrivere".  un consiglio che ho preso molto a cuore.
Quell'inverno, a Londra, decisi di seguire il suggerimento e divertirmi. Dopo il fine settimana a casa sua Charles mi invit al party natalizio negli uffici della Heinemann e successivamente mi rivel che una ragazza era quasi svenuta sulle scale incontrando il loro nuovo autore di punta. Non credetti a una sola parola.
Entrai nella stanza in cui la festa era in pieno svolgimento e all'estremit opposta notai una tipica ragazza inglese, minuta ed estremamente graziosa, con un incarnato color pesca e crema e il sorriso pi dolce del mondo. La vidi scoccarmi un'occhiata furtiva e poi rimettersi a chiacchierare con gli amici. Mi aggirai per la stanza, parlando con i responsabili delle vendite e gli addetti all'ufficio stampa, i dirigenti del marketing, il settore produzione e altri tizi importanti, poi raggiunsi la ragazza - chiamiamola per comodit Suzie - e la sua cerchia di colleghi. Il direttore vendite disse: "Wilbur, questa  Suzie", e lei si gir a guardarmi e afferm: "Il tuo romanzo  il libro pi fantastico che io abbia mai letto". Poi mi stamp un bel bacio sulle labbra. Non avevo mai sperimentato nulla del genere, era un gesto colmo di gioia. Dopo la fine della festa lei insistette perch andassimo a ballare, e naturalmente non mi rimase altra scelta che godermi la sua ammaliante compagnia!
Quella era Londra nei ruggenti anni Sessanta, un'epoca disinibita, e le ragazze erano felici quanto i ragazzi di fare la prima mossa. Era inebriante, liberatorio, c'era un enorme ottimismo nell'aria, e le donne avevano opinioni precise, potevano prenderti o lasciarti. Raggiungevi una pista da ballo e cominciavi a danzare, e una ragazza ti si avvicinava e ti sussurrava qualcosa all'orecchio. Era tutto molto innocente, come se i giovani fossero rinati e si accingessero a cambiare il mondo. Durante il mio primo viaggio a Londra ho vissuto alcuni momenti magnifici.
Decisi di visitare il maggior numero possibile di librerie e cominciai a terrorizzare i librai che tenevano i miei volumi. Non so bene cosa mi aspettassi di trovare. Pensavo che potessero esserci venti o trenta giornalisti e altrettanti fotografi a pendere dalle mie labbra in attesa di parole argute. Pensavo che avrei visto ogni libreria londinese piena di miei libri e di manifesti che annunciavano: Un grande nuovo genio letterario arriva sugli scaffali. Pensavo che magari persino la regina avrebbe potuto invitarmi a prendere il t a Buckingham Palace.
Non accadde nulla di tutto ci. In realt mi ritrovai a gironzolare di libreria in libreria cercando il mio romanzo e spesso lo scovai sul retro, insieme ai libri per bambini o ancora infilato negli scatoloni in magazzino. A volte parlavo con i proprietari e li assillavo perch lo mettessero in vetrina mentre in altre occasioni lo prendevo dallo scaffale, lo nascondevo sotto la giacca e poi lo sistemavo io stesso l. Uno di loro mi colse in flagrante e chiam la mia casa editrice per dire: "Tenete quel vostro giovane autore fuori dal mio negozio!". Anche altri telefonarono per lamentarsi, e una spina nel fianco fu uno degli epiteti pi gentili.
Alla fine, piuttosto deluso, tornai in Africa. Mi trovavo nella sala partenze dell'aeroporto di Heathrow, seduto ad aspettare il mio volo, quando vidi una donna che leggeva il mio libro.
Provai un'eccitazione tale che sentii rizzarsi la peluria sulla nuca e cominciai a sudare freddo mentre la osservavo. Stava girando le pagine e io sperai ardentemente che scoppiasse a piangere o a ridere, che mostrasse qualche emozione! Ma cos non fu.
Finsi di andare in bagno e passai accanto a lei, lanciai un'occhiata furtiva alla pagina che stava leggendo, tornai indietro e alla fine non riuscii a resistere oltre. Andai a piazzarmi di fronte a lei e dissi: "Mi scusi, signora". Lei alz gli occhi e chiese: "S?". Dissi: " il mio libro quello che sta leggendo". Lei replic: "Mi dispiace tanto, l'ho trovato qui" e me lo spinse fra le mani.
Era la mia prima lettrice, almeno la prima che incontrassi, e con lei feci la figura dello stalker!
Poi le cose migliorarono, in un certo senso. Un paio d'anni dopo, con due o tre romanzi all'attivo, fui invitato a New York per autografare volumi nel Doubleday Bookstore sulla Quinta Avenue: la libreria pi grande del mondo, alta dodici piani e vasta come il Taj Hotel. Lo considerai un vero onore, accettai con un sorriso, volai fino a New York e il giorno prefissato lasciai l'albergo, presi un taxi e raggiunsi la libreria. Probabilmente mi immaginavo di trovare l'intero personale l davanti ad accogliermi e il direttore con la mano tesa per stringere la mia e accompagnarmi all'interno, invece mi ritrovai sul marciapiede, ancora una volta completamente solo.
Entrai nel negozio chiedendomi cosa fare. Dietro la cassa vidi una ragazza che prendeva i soldi dei clienti che stavano comprando dei libri. Mi misi in fila e rimasi l ad avanzare lentamente, e quando giunse il mio turno lei mi chiese: "S, signore, cosa posso fare per lei?".
"Sono venuto ad autografare dei libri" risposi, e lei replic: "Oh,  uno di quelli. Come si chiama?".
"Wilbur Smith" le dissi, e lei domand: "Come si scrive Wilbur? Con la U o con la E?". Quando risposi: "Con la U", abbass gli occhi sul suo foglio e disse: "S,  sull'elenco. Quarto piano. Salga con l'ascensore, poi svolti a destra e trover il suo tavolo con sopra i libri. Vada pure".
Davvero un caloroso benvenuto, pensai, ma salii al quarto piano e, come previsto, trovai il mio tavolo con sopra un'enorme pila di volumi, un bicchiere d'acqua, parecchie penne e... nessuno che volesse comprare i miei libri. Rimasi seduto l a lungo. Alla fine guardai l'estremit opposta dell'enorme sala e vidi un altro scrittore, un noto autore di romanzi western.
Era seduto a un tavolo come il mio e i suoi libri, come i miei, formavano un'alta torre, ma lui li stava autografando come un forsennato. Eppure la stanza era deserta, non c'era nessuno fermo davanti a lui per farsene firmare uno. Lo raggiunsi e chiesi: "Mi scusi, per chi sta autografando quei libri?". Rispose: "Non importa per chi lo sto facendo. Se li firmo, la libreria non pu rispedirli al mio editore e io ricevo le royalty". Dissi: "Oh" e tornai di corsa al mio tavolo, dove autografai trecento libri in una decina di minuti. Poi, avendo ancora del tempo a disposizione e sentendomi compiaciuto e soddisfatto di me stesso, mi guardai intorno e vidi un intero scaffale di libri di Freddy Forsyth. Fred  un brav'uomo, pensai, cos gli feci un enorme favore e glieli autografai tutti.
Charles rimase il mio editore per parecchi anni. Mi fidavo implicitamente di lui e fra noi nacque una forte e duratura amicizia che mise in secondo piano il nostro rapporto professionale. Quando nel 1985, dopo la pubblicazione de La spiaggia infuocata, mi contatt per avvisarmi che dopo ventitr anni stava per lasciare la Heinemann per andare in pensione, tutto dovette cambiare. La spiaggia infuocata aveva rappresentato una svolta nella mia vita di scrittore: per la prima volta avevo ampliato la mia portata e messo alla prova la mia capacit di vedere il mondo attraverso gli occhi di una protagonista femminile. Il pensionamento di Charles provoc un'altra epifania: non volevo perderlo, non se esisteva un modo per tenerlo con me. Gli chiesi se avrebbe preso in considerazione l'idea di farmi da agente. "Charles" dissi, "dedico tutte le mie energie al fare ricerche e scrivere i libri, ma tu ti sei sempre preso cura dei miei contratti, hai sviluppato il mio business oltreoceano e mi hai aiutato durante tutta la mia carriera." Ci pens su per qualche giorno, poi mi disse che sarebbe stato felice di diventare il mio agente letterario. Fond la Charles Pick Consultancy proprio per quello scopo. I rapporti che aveva con i suoi autori erano leggendari nel settore, suscitavano rispetto reciproco e un'incrollabile lealt. Charles era una splendida sentinella contro gli editori senza scrupoli e interessati solo ai soldi che cercavano di rubare autori di successo ad altre scuderie, e adesso la sua energia sarebbe stata utilizzata per combattere nel mio angolo.
"Devi tenerti vicino i tuoi autori" disse una volta, illustrando la sua filosofia. "Devi diventare una specie di balia, per loro. Devi conoscere i loro problemi coniugali, devi conoscere i loro problemi economici, quelli lavorativi, il blocco nei giorni in cui non riescono a scrivere. Diventi la loro bambinaia..."
Be', io non avevo bisogno di una bambinaia, ma Charles si trasform da editore tosto ad agente ancora pi tosto. Ben presto negozi un redditizio nuovo contratto e trasfer le mie opere alla Pan Macmillan, che fino a quel momento aveva pubblicato l'edizione tascabile dei miei romanzi. Nel contratto aveva precisato il numero di copie che sarebbero state pubblicate, il budget promozionale, come sarebbero stati gli spot pubblicitari e una miriade di altre sfumature vantaggiose che io non avevo mai preso in considerazione. Con la testa che girava gli telefonai. "Charles, mi hai ingannato per tutti questi anni!" esclamai.
Lui rise. "Erano termini vantaggiosi, Wilbur, ma questi lo sono ancora di pi.  ci che ci si aspetta da un bravo agente."
Era stato un editore fantastico e si rivel un agente persino migliore.
Il giorno in cui comincio un nuovo romanzo mi osservo nello specchio del bagno, mi faccio la barba e mi guardo negli occhi. A quel punto una storia mi si sta sviluppando nella mente gi da sei mesi. Ho letto quello che dovevo leggere, ho fatto le debite ricerche. So che aspetto avranno le prime dieci pagine scritte e quale sensazione mi daranno. Mentre mi rado mi ripeto l'incipit ancora e ancora, ascoltandolo, modulandolo.  una piccola cerimonia di mia invenzione, una supplica e una preghiera. Ancora non so dove mi porteranno quelle dieci pagine ma, terminata la rasatura, mi metto comodo nel mio studio e le scrivo senza mai alzare gli occhi. Soltanto a quel punto mi inoltro nell'ignoto. Scrivere  un viaggio di scoperta. Conosci bene il porto da cui stai partendo e le isole che progetti di visitare lungo la strada, ma la destinazione  velata dalla foschia della distanza.
Come si fa, Wilbur? Come si diventa scrittore?
 una domanda che mi sono sentito porre diverse volte, negli ultimi cinquant'anni. Quando ho risposto pi di getto ho replicato: "Fortuna"; quando invece sono stato pi pragmatico ho optato per: "Io mi siedo davanti a un foglio di carta bianco, o un monitor, e comincio a scrivere". La verit  che esiste un unico primo passo per diventare scrittore: devi desiderarlo pi di qualsiasi altra cosa al mondo. Se la tua dedizione non  totale ti arrenderai, perch raccontare storie  un'attivit lunga e solitaria, e soltanto chi desidera arrampicarsi su quella scogliera da solo ci riuscir. Se c' una cosa che ho imparato in pi di cinquant'anni di attivit  questa: il processo di mettere faticosamente personaggi e trama sulla pagina  l'esercizio pi estenuante del mondo e al contempo l'attivit pi eccitante che la vita possa offrire. Per arrivare ad assaporarne la gioia uno scrittore deve sfondare la punitiva barriera di solitudine che pu fermare anche i migliori fra noi, e l'unico motivo per sottoporsi a quella tortura  avere una storia che si desidera ardentemente raccontare. Tutti i miei libri sono stati ispirati dalla passione, sin dal mio primo tentativo fallito. Devono esserlo per forza, perch all'inizio li scrivi durante ore rubate, dopo l'orario di lavoro o prima di andare al lavoro, durante i fine settimana mentre il resto dell'umanit sta facendo baldoria e se la spassa. Scrivere  invasivo,  un compito che richiede energia e tempo. A volte le parole scorrono come un fiume in piena, altre volte sono semplici gocce che bisogna strappare dal letto del fiume asciutto. Uno scrittore deve sopportare tutto questo e confidare nel fatto che la storia sia valida, che debba essere raccontata, possa intrattenere e sia qualcosa su cui lui possa andare fiero di apporre il proprio nome.
Persino adesso dubito di poterlo fare di nuovo. Il pensiero di una maratona lunga otto mesi dietro una scrivania, forgiando un romanzo con la ghisa di idee parzialmente abbozzate che mi tintinnano in giro per la mente, la separazione forzata dalle persone care e dagli amici quando il processo diventa una barriera fra noi sono le cose che mi turbano mentre sollevo la penna. Ogni volta dichiaro che sar l'ultima, ma poi inizio un altro romanzo e mi innamoro da capo della scrittura.  una compulsione, forse una malattia, ma scrivere  anche un modo per mettere ordine nella vita.
Come con la caccia, il segreto per scrivere bene  la tenacia. Senza forza di volont e determinazione un romanzo non si manifester mai. Io metto insieme minuziosamente i miei libri, parola per parola, costruendo un edificio narrativo in cui spero verr voglia di entrare, ma spesso ricevo lettere da aspiranti autori che dicono: Scrivo per tre giorni, mi rendo conto che sono tutte sciocchezze, poi devo tornare indietro e riscrivere. Questa  la prima trappola letale che uno scrittore dovrebbe evitare. Dovrebbe mettere tutto su carta o su computer senza mai guardarsi indietro. Una scrittura spontanea come quella arriva dalla sezione del cervello priva di filtri, animalesca, e possiede quindi un autentico valore. Ognuna delle mie stesure  unica, incapsula una parte della mia vita, una parte del mio pensare che non sar pi in grado di rivisitare. Quando rileggo del vecchio materiale riesco a rivedermi com'ero allora; leggere di Sean e Garrick Courtney adesso significa rivedermi nelle vesti di ispettore fiscale trentenne, mentre L'ombra del sole mi riporta alle montagne Inyanga. I romanzi diventano monumenti ai nostri io passati.
Le idee migliori non si possono inseguire, bisogna aspettarle e a tempo debito si presenteranno. Spesso un personaggio sbuca dall'ombra esigendo che io racconti la sua storia, com' successo con La volpe dorata e Bella Courtney. A volte cambia di sua volont, sottraendosi alle mie direttive. Ho imparato a non delineare dettagliatamente la trama di un romanzo: un piano troppo rigido rischia di soffocare la forza che lo anima. Se cominci avendo gi in mente un finale rischi di ostacolare la scrittura plasmando la vicenda in modo che si adegui a esso invece di lasciare ai personaggi la libert di decidere dove finiranno. I miei personaggi mi trascinano con s nel corso del loro viaggio, sono responsabili dell'azione, delle tensioni fra loro, delle loro motivazioni private, dei loro amori, odi e gelosie, tutti elementi che rendono vivo un romanzo. Se conosci i personaggi abbastanza bene la storia si racconter da sola. Quanto alla destinazione, riuscirai a intravederla quando si staglia all'orizzonte. Il finale di un romanzo  istintivo: lasci che venga da te, gli dai fiducia e lo metti per iscritto.
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Il vero scrittore deve trovare gioia nelle parole, nella loro musica, e prendere atto della loro potenza. "Le parole sono, naturalmente, la droga pi potente usata dall'umanit" ha affermato Rudyard Kipling. Possono scatenare guerre, possono generare storie d'amore, possono far crollare civilt. Il mondo  stato dilaniato da parole pronunciate da uomini malvagi, le parole sono pi potenti di qualsiasi arma, pericolose e insieme sacre. Il bravo scrittore pu utilizzarle con effetti devastanti, evocando speranza e disperazione in pari misura. Le parole possono sbalordire e deliziare, colmare la mente di pensieri singolari e splendidi, oppure possono indebolirti, indurti a gemere e piangere. Uno scrittore deve rispettare il linguaggio, curarlo teneramente, trattarlo con affetto e premura, metterlo al lavoro con parsimonia e precisione. Le parole sono diamanti, lo scrittore  l'intagliatore.
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Sin da Il destino del leone considero la scrittura il mio lavoro. Seguo orari fissi, curando la struttura di quello che sto tentando di creare e del modo in cui lo creo. Alcuni scrivono a spizzichi e bocconi, revisionano e riscrivono a mano a mano, ma io ho sempre scritto di getto. La mia prima responsabilit  mettere la storia per iscritto, e soltanto a quel punto, quando riesco a vederla inserita nel contesto, mi guardo indietro e inizio la revisione.  la spontaneit della prima stesura a piacermi. Hemingway era di diverso avviso: Scrivo una pagina di capolavoro ogni novantanove pagine di schifezze. Cerco di buttare le schifezze nel cestino. Per lui scrivere significava riscrivere. Per me la prima stesura  quella in cui avviene la magia, in cui vengono prese tutte le decisioni creative importanti, il momento in cui mi trovo sul pi bello con i miei personaggi, rapito dalla loro vicenda nello stesso modo in cui lo saranno, spero, i miei lettori.  l'esperienza dello scrivere pi pura che un romanziere possa conoscere.
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Passare cos tanto tempo immerso nella vicenda di un romanzo pu rappresentare uno sforzo estenuante, ma lo scrittore deve imparare a gestire il proprio spirito. Uno spirito forte  la sua risorsa pi essenziale, perch se lui non riesce a dare il cuore al proprio lavoro non pu pretendere che lo facciano i suoi lettori. Scrivere un romanzo impone sacrifici che possono far sentire il loro peso, e tu perdi la prospettiva e la presa sul mondo reale. Arriva un momento in cui mi allontano dalla pagina, comincio a notarne i difetti, critico l'intero guazzabuglio e annuncio l'intenzione di cancellarlo per ricominciare da capo. L'ho fatto talmente spesso che ormai riesco ad anticipare i segnali d'allarme, e a quel punto  tempo di staccare per una settimana o persino un mese. Viaggio, mi allontano dalla storia, rivisito la realt e torno sentendomi corroborato.
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Sapersi imporre il ritmo giusto  difficile per un aspirante scrittore. Io
ho imparato a riconoscere il punto di sfinimento creativo e a fermarmi prima di chiudermi in un angolo con la scrittura. Non continuo mai a scrivere fino a esaurirmi. A volte mi fermo a met di una frase, cos ho qualcosa con cui proseguire, l'indomani mattina. Spesso vado a letto preoccupandomi di una certa sezione del romanzo, di un passaggio complesso o di un momento di transizione in cui la trama sta cambiando direzione. Ci dormo sopra e di solito la soluzione emerge dalla foschia quando, la mattina dopo, mi guardo allo specchio per radermi: il mio subconscio ha sbrogliato tutti i fili che, quando ero sveglio, la mia mente sempre pi debole riusciva solo a torcere e ingarbugliare ulteriormente.
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L'impulso di scrivere  alimentato dall'amore per la lettura. La mia passione in questo senso non si  mai attenuata, dai giorni nel ranch di mio padre e dagli anni in collegio, quando i libri erano tutto ci che avevo. Con il passare del tempo i miei gusti si sono evoluti ma rimangono fedeli agli entusiasmi di quel ragazzino che quasi settant'anni fa colonizz la biblioteca della scuola nelle Midlands del Natal. Con il senno di poi sono fiero di considerarmi un anello della grande catena di narratori che risale fino al mito classico e oltre. Si  sostenuto spesso che ogni trama  gi stata scritta, che non c' niente di nuovo, e sono un convinto sostenitore che sia cos. Attraversando gli anni ho attinto a conflitti classici, ma quello che deve fare ogni nuovo scrittore  attribuire un'interpretazione unica alle trame basilari, collocarle in una nuova epoca e dare ai protagonisti nuovi conflitti da risolvere. Essere imbevuti delle storie del passato  la migliore istruzione che un romanziere possa vantare, che si tratti delle serie di Biggles e William Brown che divoravo da bambino, dei romanzi di C.S. Forester e H. Rider Haggard che leggevo da giovanotto, delle opere di Hemingway, Steinbeck e Lawrence Durrell a cui torno tuttora o dei racconti classici della Bibbia, della mitologia greca e di William Shakespeare.
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Lo scrittore che ha faticato sulla sua storia, che ha rifiutato inviti, schivato familiari e amici cos da potersi chiudere in una stanza con personaggi immaginari per vari mesi di seguito deve avere nervi d'acciaio. Deve adottare come motto la poesia Se di Kipling, essere pronto a rischiare tutto a testa o croce, e trattare esattamente allo stesso modo successo e insuccesso. Parecchi scrittori di talento hanno dovuto affrontare innumerevoli rifiuti prima di vedere i propri romanzi raggiungere il successo. Uno scrittore deve essere molto resistente, altrimenti rimarr schiacciato dal peso dell'opinione altrui. Dopo gli ottimi risultati ottenuti da Il destino del leone venni salutato come un successo improvviso, ma il mio primo romanzo era stato rifiutato da numerosi editori! Questo per non  niente, in confronto a quanto  successo ad alcuni altri scrittori. Louis L'Amour ricevette duecento rifiuti. Zane Grey si sent dire che non avrebbe nemmeno dovuto disturbare gli editori, ma ormai i suoi libri hanno venduto duecentocinquanta milioni di copie. Il giovane Holden venne rifiutato, Le cronache di Narnia anche, D.H. Lawrence era talmente scoraggiato che pubblic a sue spese il suo lavoro in Italia prima che la Penguin decidesse di correre il rischio con L'amante di Lady Chatterley. Margaret Mitchell collezion trentotto lettere di rifiuto per Via col vento, e nessuno osava rischiare pubblicando Il crollo di Chinua Achebe che, quando venne finalmente stampato, divent il libro pi letto nella storia della letteratura africana moderna. Il primo romanzo di J.K. Rowling su Harry Potter fu rifiutato da tutte le case editrici, la prima volta in cui venne proposto. Una fantasia assurda e per nulla interessante che risulta stupida e noiosa fu il verdetto di un editore su Il signore delle mosche di William Golding, che in seguito vendette pi di quindici milioni di copie.
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I libri sono diversi fra loro come le persone. Non esistono regole, modelli o garanzie. Quasi sempre, se scrivi un romanzo e vuoi vederlo pubblicato, stai invitando la sofferenza a entrare nella tua vita, ma ci non significa che tu non debba tentare. Come in ogni impresa, come nel realizzare ogni sogno, come nella vita in genere non bisogna mai arrendersi! La fortuna aiuta gli audaci.
Quando cominciai a scrivere mi sentii dire da gente del settore: "Arrivi tardi, l'epoca dei libri  finita", cos replicai: "D'accordo, terr duro". Ormai scrivo da pi di cinquant'anni. Sono stato tanto fortunato da evitare le grandi guerre e non farmi sparare, ma anche tanto fortunato da crescere fra gli eroi che avevano combattuto in quei conflitti e da imparare dal loro esempio. Ho avuto la fortuna di vivere e scrivere quando i libri rappresentavano una parte essenziale della societ e le persone non erano distratte da cellulari, tablet o computer. Ho sempre avuto fortuna. Mi sono ritrovato in situazioni che sul momento sembravano terrificanti, persino catastrofiche, ma da cui  scaturita un'altra storia o una conoscenza pi profonda dell'indole umana e la capacit di esprimermi meglio sulla carta, e quindi di scrivere libri che sempre pi persone hanno letto e continuano a leggere.
Nel frattempo ho assaporato una vita che non avrei mai potuto immaginare. Ho avuto il privilegio di conoscere persone provenienti da ogni angolo del pianeta. Sono andato ovunque il mio cuore abbia desiderato e i miei libri hanno anche portato i lettori in molti, moltissimi luoghi diversi. Come amo ripetere, ho fatto scoppiare guerre, raso al suolo citt e ucciso centinaia di migliaia di persone, ma solo nella mia immaginazione.
Non sono pi obbligato a scrivere - sotto il profilo economico non sono pi costretto a farlo da tempo - ma continuo a farlo perch traggo un enorme piacere dal raccontare storie. Un giorno Stephen King, molto gentilmente, ha detto: "Ci si pu perdere nel mondo di Wilbur Smith". Be', anch'io mi perdo nel mondo di Wilbur Smith.
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C' stato un momento nella mia vita in cui trovavo molto eccitante il pericolo: pilotavo aerei, guidavo auto veloci, uscivo con donne ancora pi veloci, davo la caccia ad animali pericolosi, tutte attivit che mi spingevano verso l'orlo del precipizio. Ho attraversato momenti difficili, ho avuto matrimoni poco riusciti, ho visto persone care morirmi fra le braccia, ho passato notti in bianco senza concludere nulla, ma alla fin fine tutto questo ha reso la mia vita straordinariamente piena e magnifica, con una donna che  diventata la mia anima gemella nell'autunno della mia esistenza.
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Il mio obiettivo  scrivere fino a cent'anni, vivendo con lo stesso entusiasmo che attribuisco ai personaggi dei miei libri. Voglio essere ricordato come qualcuno che ha dato gioia a milioni di persone e che ha trascorso ore meravigliose nel farlo. Guardo indietro alla mia vita e non ho rimpianti. Adesso, in tarda et, quando le foglie d'autunno diventano d'oro, marrone bruciato, arancione acceso, io mi sto divertendo moltissimo. Non smetter di scrivere fino a quando non smetter di respirare, e anche in quel momento il coperchio della mia bara si aprir cigolando e una mano scheletrica emerger e scriver la parola FINE. Come ha scritto Hilaire Belloc: Quando sar morto, spero si potr dire: "I suoi peccati sono stati atroci ma i suoi libri sono stati letti".
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FINE.